Prologo:

Se capitasse proprio a te. A te che stai leggendo adesso queste righe. Svegliato nel bel mezzo del sonno e trovarti in casa persone non invitate, non conosciute e propriamente non educate. In sostanza persone armate che mettono a rischio la tua vita e quella dei tuoi cari. Vi legano e vi trascinano fuori così come siete. Senza lasciarvi prendere nulla, manco i documenti. Venite accostati ad altri come voi in strada, mentre increduli vedete che ad altri è pure andata peggio: a terra in un lago di sangue. Un incubo.

Il gruppo si muove e voi con loro. Ore ed ore di cammino senza dove. Senza soccorso e senza spiegazioni. Così ancora per giorni interminabili. Poi una nave. Caricati sopra come bestie ed ancora ore ed ore senza sapere che futuro vi aspetta. Poi lo sbarco e il rituale. Chi compra e chi vende. Schiavi, siete schiavi. Nessuna possibilità di tornare indietro. Schiavi per sempre, voi ed i vostri figli.

Non è un film, ma quello che è accaduto veramente a milioni di africani e non per pochi anni, ma per migliaia di anni. Mentre Michelangelo affrescava la Cappella Sistina o scolpiva la Pietà, e fiorivano le belle arti del Rinascimento, i Governanti europei di Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia, Danimarca e Paesi Bassi commissionavano a dei negrieri la cattura degli schiavi africani da inviare nel nuovo mondo dove sarebbero stati utilizzati nelle miniere, nelle piantagioni di tabacco, di canna da zucchero e di cacao.

Mentre negli italiani si scontrano pietà e insofferenza, contrapposti sentimenti verso gli immigrati, l’attuale flusso immigratorio dall’Africa spaventa l’Europa che non trova soluzioni adeguate se non quelle dell’istintivo protezionismo dei confini: muri e filo spinato. Ma per trovare soluzioni piuttosto che ripieghi, per marcare il confine fra buonismo e razzismo, bisogna approfondire storicamente ciò che sono stati i flussi migratori, volontari e no. Ovvero, nel modo più chiaro ed essenziale possibile, bisogna parlare della schiavitù. Capire quale è stato il suo costo e quale il vero e pesante debito che abbiamo contratto.

La schiavitù del debito ed il debito della schiavitù
Capitolo 1° – L’evoluzione dello schiavismo
Promemoria: milioni di persone oggi sono ancora schiavi

Lo schiavismo in Africa è un fenomeno le cui origini risalgono all’antichità e che durò fino alla fine del XIX secolo. Sebbene le origini di questa pratica siano estremamente antiche, solo a partire dal IX secolo essa assunse le connotazioni di una vera e propria rete commerciale. Inizialmente si sviluppò dal Sahara verso il Nord-Africa, poi dalle coste africane sull’Oceano Indiano verso i Paesi arabi e l’Oriente, ed infine verso le colonie europee nelle Americhe. Si ritiene che dal IX secolo al XIX secolo, più di 20 milioni di persone siano state catturate in Africa e vendute come schiavi. Nessuno studioso mette in discussione che la tratta degli schiavi abbia pesato in modo negativo sullo sviluppo del continente africano.

Certamente è vero che l’Africa ha perso milioni di persone, solitamente le più giovani e forti e che interi sistemi economico-sociali sono stati distrutti dalle razzie e dalle loro conseguenze. I missionari cattolici che si spinsero nell’entroterra lungo il Nilo dichiararono che molte zone erano disabitate perché l’intera popolazione era stata decimata dalle razzie degli schiavisti. Inizialmente gli schiavi venduti sui mercati locali del Maghreb erano normalmente assimilati nella famiglia che li acquisiva. Alcuni venivano destinati al servizio militare. Le donne venivano destinate agli harem dell’Impero Ottomano o usate come schiave sessuali o addette al servizio delle concubine. Molti degli schiavi maschi venivano evirati e poi destinati al servizio negli harem come eunuchi.

All’inizio, la tratta interessava poche migliaia di schiavi all’anno. Con l’aumentare della richiesta di manodopera proveniente dalle piantagioni in oriente, della capacità delle navi utilizzate per il commercio degli schiavi, il numero di vittime degli schiavisti aumentò proporzionalmente. In molti casi, i commercianti di schiavi arabi non eseguivano direttamente le catture, bensì intrattenevano rapporti con intermediari locali che erano in contatto con i sovrani dei regni o delle tribù dominanti. Questi intermediari in cambio ricevevano armi al fine di rafforzare la loro posizione di predominio nei confronti dei propri vicini. Alcuni mercanti riuscirono ad accumulare ricchezze enormi: lo schiavista zanzibari Tippu Tip, per esempio, alla sua morte era uno dei possidenti più ricchi di Zanzibar, con sette piantagioni e oltre diecimila schiavi alle sue dipendenze.

Vi sono molte testimonianze a riguardo della crudeltà di questa tratta. Durante le razzie ai villaggi si contavano spesso più morti che prigionieri. Secondo Livingstone, ogni anno 80.000 africani morivano sulle vie carovaniere prima di raggiungere i mercati sulla costa dell’Oceano Indiano. L’accresciuta importanza economica del traffico degli schiavi fece sì che alcuni regni arrivino ad intraprendere guerre appositamente per fare prigionieri da vendere agli europei.
La tratta atlantica cominciò nel XVI secolo, fu più breve, ma ancor più violenta. In questo caso, la richiesta di schiavi era generata dalle colonie delle potenze europee nel Nuovo Mondo. All’inizio i Paesi più attivi furono prevalentemente quelli della penisola iberica, ma nel corso del XVII secolo si assiste a una progressiva ascesa delle nazioni del Nord Europa. I principali protagonisti della tratta diventarono i Paesi Bassi, la Gran Bretagna, la Francia e anche la Danimarca che era proprietaria di piantagioni nelle Antille. Le loro rotte costituirono il cosiddetto commercio triangolare, il cui elemento portante per circa quattro secoli fu la domanda europea di zucchero, cotone e altri prodotti di piantagione, e che collegava le economie di tre continenti attraverso un percorso di tre tappe:

1. le navi lasciavano i porti dell’Europa alla volta dell’Africa con beni e mercanzie utili all’acquisto degli schiavi (armi, polvere da sparo, tessuti, perle, rum)
2. ultimato il carico di schiavi lungo le coste africane, le navi facevano rotta per il Brasile o i Caraibi, dove gli schiavi finivano a lavorare nelle piantagioni.
3. dall’America le navi salpavano alla volta dell’Europa, riportando prodotti di piantagione (zucchero, caffè, cotone, tabacco, riso).

Gli schiavi erano impegnati soprattutto nel massacrante lavoro delle miniere e delle piantagioni di tabacco, canna da zucchero e cacao. In un primo momento i coloni provarono a servirsi delle popolazioni indigene dell’America, ma gli Indios erano pochi, indeboliti dalla fame e dalle malattie portate dagli europei e non resistevano alla fatica. Furono impiegati anche degli europei, soprattutto criminali condannati al lavoro forzato ed anche bambini rapiti. Il loro numero, tuttavia, rimaneva sempre insufficiente. La manodopera nera invece non solo resisteva ai climi caldi, ma costava poco e sembrava inesauribile. I negrieri bianchi non erano fuorilegge o gentaglia ai margini della società, ma rispettabilissimi borghesi o membri di antiche famiglie nobili, accomunati dal fatto di essere molto ricchi. Una spedizione, infatti, poteva durare anche due anni, ma la cifra investita risultava irrisoria rispetto al profitto. All’inizio gli schiavi erano catturati dai negrieri che circondavano di sorpresa i villaggi africani e tendevano reti nelle foreste per intrappolarli proprio come se fossero stati animali.

Dai luoghi di cattura all’interno del continente gli schiavi venivano incolonnati verso i porti d’imbarco. Vi giungevano in lunghe file, a volte dopo mesi di cammino, stretti l’uno all’altro da collari chiusi intorno al collo. Chi non resisteva alla lunga marcia veniva abbandonato o lasciato morire. Prima dell’imbarco gli schiavi erano spogliati, rasati a zero perché non si coprissero di parassiti, marchiati con un ferro rovente e battezzati con una frettolosa cerimonia.

Iniziava poi il tormentoso viaggio verso l’America su navi stipate fino all’inverosimile, dove gli schiavi venivano incatenati due a due ed incastrati l’uno accanto all’altro in uno spazio di non più di cinquanta centimetri ciascuno ed in locali non più alti di un metro e mezzo, quasi privi di aria e luce. Così, nudi e incatenati, cominciavano le traversate che potevano durare anche due o tre mesi. Due volte a settimana venivano trascinati in coperta e lavati con secchiate d’acqua. Poi erano costretti a danzare perché i loro muscoli non si indebolissero. Il pasto consisteva in una zuppa di riso e fave, accompagnata ogni tanto da rum allungato con l’acqua. Erano tanti a morire durante il viaggio tra malattie come lo scorbuto e la dissenteria e spietate repressioni dopo le rivolte.

Arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui venivano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni. Li attendeva una vita durissima e logorante nelle piantagioni e nelle miniere a cui si aggiungeva spesso la ferocia di padroni disumani. Qui la sopravvivenza media degli schiavi non superava i 10 anni, ma questo non rendeva meno amara la cioccolata che le dame europee gustavano per essere alla moda.

Nel 1452, papa Nicola V con la bolla Dum Diversas dava il diritto al re del Portogallo Alfonso V di ridurre in schiavitù qualsiasi “saraceno, pagano o senza fede”. Questo documento pontificio ed altri di simile tenore, vennero usati per giustificare lo schiavismo. I paesi di tradizione protestante non ricorsero invece ad alcuna giustificazione per partecipare a questo lucroso commercio. Anche i sovrani neri africani, scoprirono il valore di quel mercato e ne presero subito parte, vendendo alle potenze europee i propri prigionieri di guerra in cambio di stoffe pregiate , sete, perle, pietre preziose, acquavite, cannoni, polvere da sparo e armi.
Con questo sistema vennero venduti e deportati 21 milioni di neri di questi un numero impressionante di schiavi (stimato in 10 milioni) morirono durante la traversata, a causa delle terribili condizioni in cui venivano trasportati. Il golfo del Benin, da cui prendevano il mare la maggior parte delle navi dei negrieri, divenne noto come “la Costa degli Schiavi”. Dalla tratta atlantica furono però interessati anche alcuni paesi non collocati sulla costa occidentale dell’Africa, come il Mozambico e il Sudafrica.

Per l’Africa la tratta significò un’ enorme catastrofe. I negrieri sceglievano di preferenza uomini e donne forti e sani, ancora in età da potersi riprodurre. A causa del loro forzato trasferimento, famiglie e villaggi furono distrutti, intere regioni si spopolarono e lo sviluppo dell’Africa fu interrotto, con conseguenze che pesano ancora oggi sull’economia del continente. Gli europei, grazie all’errata convinzione di essere superiori ad ogni altra razza, trassero dal commercio degli schiavi e dalla colonizzazione del mondo, grandi vantaggi economici. Gli schiavi permisero lo sviluppo di vaste aree agricole nelle Americhe e lo sfruttamento di miniere a ritmi che sarebbero stati altrimenti impossibili. Queste attività permisero l’accumulo dei capitali necessari alla rapida industrializzazione del continente Europeo. La crescita della sensibilità ai diritti umani fu uno dei risultati della Rivoluzione Francese. Perciò, non a caso, la Francia fu la prima nazione europea ad abolire la schiavitù nel 1794.
Nel 1807 gli inglesi seguirono l’esempio d’oltremanica dichia-rando illegale la tratta, abolendo la schiavitù in tutti i territori sottomessi alla corona inglese e scegliendo pene severe per chi venisse trovato a far mercato di schiavi. Anche gli Stati Uniti abolirono la schiavitù nel 1820 con una legge che equiparava il commercio di schiavi alla pirateria, crimine punibile con la pena di morte. Tutti i paesi europei seguirono questi esempi. Successivamente la marina britannica venne incaricata di fermare qualsiasi nave che trasportasse schiavi e di liberarli.

Il “West Africa Squadron” – Squadrone dell’Africa Occidentale – riuscì a intercettare 1.600 navi di schiavisti e a liberare 150.000 schiavi. Solo il Portogallo continuò per qualche tempo a commerciare schiavi dal Mozambico al Brasile, ma per il 1850 la tratta atlantica era praticamente terminata. Diverso il discorso per la tratta controllata dai paesi islamici. La tratta non solo continuò, ma ebbe un incremento vista la nuova disponibilità di schiavi. Ancora una volta furono gli inglesi, con la loro marina, a contrastare la tratta sull’oceano Indiano. La marina poco poté nel caso della tratta via terra, e fu poco efficace contro le piccole imbarcazioni – dhow – usate dai mercanti arabi. Queste imbarcazioni permettevano il trasporto di piccoli gruppi di schiavi con rotte costiere, e potevano facilmente sfuggire al controllo di navi d’alto mare. Il porto di Aden rimase un centro di smistamento di schiavi fino all’inizio del XX secolo. Ci sono altre testimonianze di visitatori in Yemen che suggeriscono che il commercio di schiavi sia continuato sino ai primi anni 1960.

All’interno del continente africano, la schiavitù non è mai realmente sparita. Abolita in quasi tutti i paesi, lo schiavismo persiste in Mauritania, Ciad, Sudan. In Niger la schiavitù è stata abolita nel 2003, ma ancora oggi l’8% della popolazione vive in schiavitù. Nuove forme di schiavitù sono apparse negli ultimi anni, specie nei paesi colpiti da guerre civili: Congo, Sierra Leone, Liberia, Angola, Mozambico. Donne e bambini, ma in alcuni casi anche uomini adulti, sono stati usati per attività logistiche dei vari eserciti e milizie contro la loro volontà.

In altri casi, uomini e bambini sono stati usati – e lo sono ancora – per attività minerarie. Soprattutto quelle legate ai diamanti e altre pietre preziose. Inoltre, milioni di africani vivono in situazioni umane simili alla schiavitù. Come altro si potrebbe definire la vita degli abitanti delle baraccopoli che non godono di alcun servizio, guadagnano in media un dollaro al giorno e vivono in zone urbane che hanno costi di vita poco inferiori a quelli europei.
L’Africa ancor oggi si trova con le mani legate come ai tempi dello schiavismo. Noi europei insieme al nord-america, siamo coinvolti e responsabili di 50 milioni di schiavi presenti attualmente nel mondo.

Non schiavizzati direttamente dall’occidente, ma dalle politiche economiche internazionali che obbligano i paesi del terzo mondo per sopravvivere al mercato a schiavizzare il proprio popolo ed a negare anche i più elementari diritti umani.
Gli uomini sono destinati al mercato del lavoro forzato, le donne alla prostituzione o sfruttate come schiave domestiche. I bambini, gli esseri umani più indifesi, sono sfruttati nell’accattonaggio, nel traffico degli stupefacenti, nel traffico d’organi. Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, bambini e giovani sono rapiti e costretti a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi e drogati per poter resistere. Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, bambini e giovani sono rapiti e costretti a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi e drogati per poter resistere.
Ogni anno circa ottocentomila persone cadono vittime della tratta: l’80% di loro sono donne e il 50% sono minori. Più di un milione di minori ogni anno vengono sfruttati per il commercio mondiale del sesso. La globalizzazione ha aggravato la tratta degli esseri umani, dando ai trafficanti la possibilità di mirare ai deboli e disperati, specialmente ai migranti. Costoro vengono costretti a lavorare nell’agricoltura e nell’edilizia, come colf o come ‘badanti’ o nella prostituzione.

Con i trafficanti che realizzano 32 miliardi di dollari l’anno. La tratta è diventata l’attività criminale in più rapida espansione al mondo. In Italia, grazie alla Legge 11 Agosto 2003, n. 228, la pena prevista per l’induzione alla schiavitù va da otto a vent’anni di reclusione. Ma, secondo i dati raccolti nell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) l’Italia con i suoi 129.600 schiavi figura al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia.

FINE PRIMA PARTE
Il testo completo è stato suddiviso in quattro parti ed è il risultato di una ricerca durata otto mesi. Per eventuali inesattezze si rimanda ai testi originali indicati nelle fonti.

Fonti:

http://www.wikipedia.org
http://www.repubblica.it
http://www.mosaicodipace.it
http://www.unicef.it
http://www.avvenire.it
http://www.mediciperidirittiumani.org
http://www.mondoallarovescia.com
http://www.psicopolis.com
http://www.africanvoicess.wordpress.com

http://www.proteo.rdbcub.it
http://www.nigrizia.it
http://www.studiarapido.it
http://www.dirdidedolo.it
http://www.occhidellaguerra.it
http://www.reportdifesa.it
http://www.a-dif.org
http://www.reportafrica.it
http://www.africarivista.it

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