Capitolo 2° – Promemoria: il debito è già stato ripagato

Il problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo (PVS) esplose durante gli anni ’70 in corrispondenza del primo shock petrolifero, quando i Paesi produttori di petrolio (OPEC) quadruplicarono repentinamente il prezzo del petrolio. La brusca impennata dei prezzi del petrolio portò nelle casse dei paesi produttori un’ingente quantità di valuta. Finanziati i progetti d’investimento interni, questi paesi offrirono i cosiddetti “petrodollari” sul mercato internazionale. La grande massa finanziaria così disponibile fece scendere i tassi d’interesse e venne raccolta dalle banche commerciali internazionali che la offrirono soprattutto ai paesi del sud del mondo. Tassi così bassi rendevano infatti particolarmente vantaggioso il finanziamento di programmi d’investimento industriale. I PVS divennero così un naturale obiettivo di collocazione dell’offerta finanziaria.

Così negli anni 70 e 80 vennero finanziati nei paesi sottosviluppati, colossali progetti come megadighe, impianti industriali e fonderie alimentate col carbone proveniente dalle foreste. Ciò comportò un pesantissimo indebitamento dei PVS. Ma quando i debiti arrivarono alla scadenza, ai danni economici derivanti dalle condizioni capestro che erano state accettate al momento della stipula dei contratti di credito, si sommarono a quelli ambientali. Quando un paese è sottoposto ad una politica del “tutto esportazione”, bisogna vendere le risorse naturali, comprese le foreste tropicali. I suoli vengono forzati a colture commerciabili e di conseguenza, vengono a mancare le risorse alimentari necessarie alla sussistenza della popolazione locale.

Nel 1979 si verifica il secondo shock petrolifero: i prezzi del greggio aumentarono nuovamente di oltre cinque volte. Questa volta USA e Regno Unito per contenere l’inflazione aumentarono unilateralmente il tasso di interesse fino al 30%. A fronte di questo aumento, i prezzi delle materie prime rimasero in un primo momento costanti, ma la recessione che colpiva i paesi industrializzati portò a ridurre la domanda e di conseguenza anche i prezzi delle materie prime scesero. Intanto anche le altre banche adeguarono repentinamente i tassi di interesse, generando una dinamica surreale, perché l’interesse che i PVS avevano da pagare in tre anni equivaleva ormai all’intero prestito iniziale.

Così il peggioramento delle ragioni di scambio rese quindi le esportazioni dei PVS del tutto insufficienti a pagare sia le importazioni, sia il servizio del debito. Inoltre obiettivo delle politiche americane, dal 1979 in poi, fu la rivalutazione del dollaro. Gli alti tassi d’interesse ottennero l’apprezzamento del dollaro rispetto a tutte le altre monete, anche quelle forti. Così mentre rispetto al marco tedesco e al franco svizzero, il dollaro raddoppiò il suo valore, rispetto alla lira italiana, il dollaro addirittura quadruplicò il suo valore, passando da circa 600 lire alle 2.200 lire per un dollaro. L’impatto di questa dinamica sul peso del debito estero dei paesi del Terzo mondo fu terribile. I contratti erano siglati in dollari e in brevissimo tempo i debitori si trovarono a dover restituire importi moltiplicati numerose volte in base al cambio sfavorevole. Se un paese era esposto per 100 miliardi in moneta locale, con la svalutazione rispetto al dollaro si trovò nello spazio di un paio d’anni ad essere esposto per lo stesso ammontare di dollari, per 500 o per 1000 miliardi di valuta locale. Nessuno poteva resistere ad un impatto di questo tipo.

Nell’estate del 1982, dopo vari tentennamenti, il Messico dichiarò l’impossibilità di pagare il servizio del debito. A ruota altri governi dell’America latina si dichiarano insolventi e scoppia la crisi del debito internazionale. Se le banche commerciali avessero portato a perdita i crediti inesigibili, avrebbero creato una crisi senza precedenti nel mercato finanziario dei paesi del Nord, soprattutto per la mancanza di fiducia che avrebbero determinato, più che per l’ammontare delle cifre di esposizione. Si determinò così un’attenzione politica alla crisi del 1982 che non si era verificata in occasione delle crisi precedenti.

I governi del Nord sollecitarono le istituzioni finanziarie internazionali, Banca Mondiale e FMI ad intervenire per dare indicazioni super partes a debitori e creditori. Vennero così definiti accordi di riscadenzamento del debito, nei quali erano compresi nuovi tempi di restituzione, nuovi prestiti per superare la fase di crisi e provvedimenti di politica economica di ispirazione liberista che il governo debitore si impegnava a mettere in atto. Nascevano i Piani di Aggiustamento Strutturale. Gli aggiustamenti strutturali spesso avevano conseguenze pesantissime a livello umano: per ridurre il deficit dei PVS si procedeva con tagli alla spesa pubblica, ma spesso la scure si abbatteva sui finanziamenti destinati alla sanità o all’istruzione, due cardini fondamentali per lo sviluppo di un paese. Di fatto così, dal 1982 i prestiti ai PVS si contraggono bruscamente e inizia una fase lunghissima nella quale i flussi netti tra Nord e Sud vedono un trasferimento massiccio di risorse finanziarie dai paesi debitori ai creditori.

Infine, a completare il disastro economico, c’era e c’è tutt’ora, un numero elevato di conflitti armati che nel terzo mondo va crescendo. La spesa militare, è promossa dai governi dei PVS per sentirsi più sicuri, ma soprattutto per difendersi dal proprio popolo, che, sfruttato e affamato, tende a diventare “riottoso”. Una ricerca dell’istituto SIPRI di Stoccolma ha calcolato che il 20% del debito dei PVS non produttori di petrolio è direttamente attribuibile alla spesa per armamenti. Nel giugno del ‘99, in occasione della riunione dei primi ministri dei paesi più industrializzati, numerose associazioni presentarono una petizione di 17 milioni di firme per l’annullamento del debito del Terzo mondo. Non potendo ignorare la pressione della società civile, i rappresentanti delle potenze industriali annunciarono una manovra da 70 miliardi di dollari che, a loro dire, avrebbe dovuto annullare il 90% dei debiti dei paesi poveri. Ma le cose stavano davvero così?

In realtà i 70 miliardi di dollari di cancellazione da parte dei G7 rappresentavano solo il 3% del debito dei paesi del Terzo Mondo. In sostanza l’iniziativa non è costata niente ai paesi ricchi che hanno rinunciato a debiti che in realtà i poveri non avrebbero mai potuto pagare. Questa iniziativa non ha impedito che i paesi poveri continuassero a pagare per il debito più di quanto non investissero in sanità ed istruzione, mentre nei pochi casi in cui il debito e’ stato cancellato, la spesa per salute e istruzione e’ piu’ che raddoppiata. Di fatto il Sud ha già restituito completamente il proprio debito estero nei confronti del Nord. Dal 1980 al 2006, i Paesi in Via di Sviluppo (PVS) e le nuove economie di mercato emergenti, su un debito capitale di 617,8 miliardi di dollari americani, grazie agli aumenti unilaterali dei tassi di interesse della Federal Reserve, hanno pagato per il servizio del debito esterno, un ammontare cumulativo di US$ 7673,7 miliardi. In pratica l’ammontare del dovuto, in capitale ed interessi, è stato ripagato più di 12 volte. Nonostante questo i PVS ancora sopportano un peso del debito estero cinque volte maggiore dell’intero debito capitale.

Al meeting del WTO di Cancún, nel settembre del 2003, per la prima volta la maggioranza delle nazioni ha sperimentato la forza dell’azione collettiva. Osservando che dopo 55 anni il WTO non e’ riuscita a produrre un mondo giusto, tali nazioni possono portare al collasso l’economia mondiale. Ovvero il Primo Mondo ha infilato la testa in un cappio. Se una persona e’ in debito con una banca di 10.000 dollari quest’ultima la tiene in pugno, ma se gli deve 10 miliardi di dollari, e’ la persona a tenere in pugno la banca.
Il Terzo Mondo, avendo un debito estero di 2.500 miliardi di dollari, tiene in pugno l’economia mondiale. Bisogna solo rendersene conto ed agire collettivamente. Perciò i Paesi del Terzo Mondo, se si coordinano in una azione comune, potrebbero esigere l’immediata e totale cancellazione del debito e la creazione di un nuovo ordine mondiale, basato sulla tutela dell’ambiente e sulla giustizia sociale.

Purtroppo per il momento una azione determinata ed unitaria di tutti i Paesi del Terzo Mondo, non è ancora pronta. Per giunta, preoccupate del crescente rischio d’insolvenza dei loro crediti, le banche dopo aver tratto tutto il profitto possibile dai prestiti concessi, decidono che è giunta l’ora di sbarazzarsi di questi crediti. Una trovata ingegnosa è stata quella di trattare i prestiti come se si trattasse di una merce qualsiasi da vendere sul mercato dell’usato. Il “Debt for Equity Swap” (Debito contro quote di capitale) permetteva alle banche di liberarsi del problema di recupero crediti, rivendendoli con uno sconto che variava dal 50 all’85% a seconda delle condizioni economiche del paese debitore. E così mentre la banca si liberava di una parte dei suoi crediti in sofferenza (dopo che le avevano fruttato molte volte il loro valore tra restituzioni ed interessi), un’impresa straniera acquisiva a prezzi scontatissimi quote di aziende pubbliche d’importanza strategica che il Paese indebitato era costretto a cedere per poter ridurre anche di poco la pressione delle banche private creditrici.

Esempio:
1) il valore nominale del debito che la banca vende è 1 miliardo di dollari
2) Questo stesso debito la banca lo vende a 300 milioni di dollari
3) L’impresa, nuova titolare del debito, acquisisce quote d’imprese pubbliche del paese (telefono, acqua, ecc.) per l’equivalente di 1 miliardo di dollari.
E così la multinazionale o il detentore di cospicui fondi depositati all’estero (spesso illegalmente) si ritrovano proprietari di strutture produttive del valore di 1 miliardo di dollari in moneta locale a fronte di un investimento di soli 300 milioni di dollari: guadagno della sola operazione finanziaria: 700 milioni di dollari.

Secondo Susan George, tra i primi ad occuparsi di questa problematica, si tratta di una guerra, non in senso metaforico, ma in termini letterali. A sostegno della sua tesi cita Machiavelli che dice: “Gli Stati possono essere tenuti dai conquistatori in tre modi: il primo è distruggerli, il secondo è tenerli personalmente in soggezione, il terzo è lasciarli continuare a vivere con le proprie leggi assoggettandoli ad un regolare tributo e istaurando un governo minoritario che assicurerà i buoni rapporti col conquistatore”. Secondo la George è stata scelta questa terza via. “La guerra è un atto di violenza il cui scopo è di costringere l’avversario a fare la nostra volontà”. Infatti il cosiddetto debito nella maggior parte dei casi non è stato contratto da organismi democraticamente eletti nei Paesi del Sud e non è andato a beneficio delle rispettive popolazioni. È stato invece richiesto da regimi dittatoriali, instauratisi con l’appoggio o col consenso dei Paesi leader del Primo Mondo.

Col debito si possono praticamente raggiungere tutti gli obiettivi della guerra classica, salvo l’occupazione dei territori, che oggi interessa poco. Nel Nord, da una parte noi otteniamo le materie prime a prezzi bassissimi, i più bassi che ci siano stati dal 1930, dall’altra rileviamo anche a bassissimo prezzo da questi paesi delle imprese con il meccanismo del “debito contro capitale”. Quel che è peggio è che questo tipo di guerra si consuma nel più grande silenzio.

Il debito non è più un diritto quando il debito uccide. Su un miliardo di persone che vivono nei paesi più poveri altamente indebitati, pesa un debito di 354 miliardi di dollari. Ma cosa significa in concreto per un africano avere sulle spalle un debito estero pari a 347 dollari già al momento della nascita? Bastino alcuni esempi: in Uganda il governo spende annualmente solo 3 dollari a persona per la sanità, ma ben 20-30 dollari per ripagare il debito ai creditori. In Mozambico il 33% della spesa pubblica serve a pagare il debito estero, mentre solo il 7,9% è destinato all’istruzione. In molti paesi africani l’alimentazione dipende dalle importazioni per il 30-40%, non esiste più l’agricoltura rudimentale di un tempo, che prima garantiva la sussistenza. Nelle zone agricole sono spariti i piccoli appezzamenti dei contadini, domina il latifondo, spesso coltivato a un unico prodotto, quello richiesto dal mercato. I soldi in valuta pregiata, ottenuti dalle esportazioni, servono a pagare il debito. Se la richiesta del prodotto improvvisamente crolla, il paese precipita nel baratro.

Di fronte all’enorme debito estero che strozza i paesi poveri si impone una domanda: davvero le ragioni dell’economia mondiale hanno ormai preso il sopravvento, condannando milioni di persone alla fame, alla malattia, al sottosviluppo? Sembrerà strano, ma le sole ragioni economiche non spiegano tutto. Il caso dello Zimbabwe è eloquente. Negli anni ’80, il paese aveva richiesto una serie di prestiti, per un totale di 646 milioni di dollari, per lo più contratti con la Banca mondiale. Con una oculata gestione dei fondi lo Zibabwe era riuscito a dare impulso alla propria economia.

Aveva adottato misure di protezione delle proprie industrie, era auto-sufficiente dal punto di vista alimentare, era persino riuscito a diversificare la produzione per le esportazioni e a piazzare i propri vini sul mercato europeo. Nel contempo aveva adottato un controllo degli scambi e fissato un elevato livello di spesa pubblica a favore dell’ istruzione e della sanità. Il risultato di questa politica economica aveva consentito allo Zimbabwe di pagare puntualmente i creditori, senza mai chiedere dilazioni, cosa assai rara nei paesi in via di sviluppo. Ciò gli aveva consentito di evitare i programmi di aggiustamento strutturale della propria economia che gli enti finanziatori chiedono a garanzia del debito.

La capacità dello Zimbabwe di onorare i debiti invece di rallegrare la Banca Mondiale, l’aveva messa in profondo imbarazzo tanto da congelare un ulteriore prestito richiesto dal paese. Nel 1991, la necessità di nuovi capitali costrinse lo Zimbabwe ad accettare il solito pacchetto economico liberista. Conseguentemente il debito è aumentato e uno dei migliori sistemi sanitari africani è stato smantellato. La disoccupazione ha raggiunto il 45% della popolazione attiva e molte donne sono state costrette alla prostituzione per mantenere i loro figli.

Il caso limite dello Zimbabwe insegna che ai creditori internazionali non interessa tanto riavere i soldi, che se messi a confronto con i flussi di denaro dell’economia mondiale sono un’inezia, quanto mantenere una forma di dominio e predominio sui paesi indebitati. Si tratta di una politica internazionale tendente ad assoggettare i Paesi poveri al proprio controllo. Il debito permette al Fondo Monetario Internazionale (FMI) di imporre aggiustamenti strutturali che obbligano gli Stati debitori ad aprire i loro mercati. Questo inevitabilmente fa calare i salari e crollare i prezzi delle materie prime. Conseguentemente aumenta i profitti delle multinazionali occidentali e riduce al tempo stesso il reddito dei Paesi non industrializzati.

Purtroppo di fronte all’esigenza di modernizzazione dei PVS si misero in atto veri modelli di malsviluppo. In molti casi venne dimenticato l’obiettivo di autonomia alimentare, generando gravissime difficoltà per le popolazioni più povere. Sono purtroppo numerosi gli esempi di progetti faraonici che hanno comportato ingenti spese per i governi, senza offrire in cambio un reale beneficio. La comunità del Nord ha spesso spinto i paesi debitori a trasformare la loro economia affinchè fosse trainata dalle esportazioni e si concordavano finanziamenti solo a patto che si mutasse in questo senso l’apparato produttivo del paese. I PVS furono così forzati a modificare le loro colture rinunciando all’autonomia alimentare, per produrre beni esportabili. Qui occorre sottolineare che l’onere sul debito dei paesi del sud è aumentato anche a causa della spinta a realizzare investimenti industriali che non si sono rivelati produttivi, rinunciando ad attività che garantivano però la soddisfazione di bisogni primari.

Chi avrebbe potuto dare veramente una svolta diversa alla storia ed un futuro migliore all’Africa, è stato il primo presidente del Burkina Faso. Ma Thomas Sankara venne assassinato assieme alla sua scorta il 15 ottobre di 30 anni fa. Nessun altro leader africano ha più incarnato il sogno di un vero riscatto civile del continente. Nel 30° anniversario della sua uccisione, vale la pena ricordare chi è stato Thomas Sankara e quanto la sua scomparsa abbia pesantemente inciso sui ritardi nella crescita civile, democratica ed economica dell’intero continente africano.

L’agguato avviene ad Ouagadougu alle ore 16,30 di giovedì 15 ottobre 1987. La sessione straordinaria del Consiglio Nazionale della rivoluzione del Burkina Faso sta per avere inizio nel salone di un edificio – vetro e cemento – che si trova in un complesso nell’immediata periferia di Ouaga, come la chiamano gli abitanti della capitale. Il breve corteo di auto nere che accompagna Thomas Sankara, 38 anni, giovane presidente della Repubblica, un militare dai profondi sentimenti democratici, abbandona la strada asfaltata e s’immette su un breve tracciato di terra rossa per raggiungere la recinzione che circonda l’edificio. Sull’auto, appena girato l’angolo, sono già puntate le armi dei suoi assassini. Dagli arbusti attorno alla costruzione viene lanciata una granata contro il corteo di Renault. Viene colpita l’auto con a bordo il presidente. A morire sul colpo sono il suo addetto stampa, Paulin Bamoumi e Frederic Ziembie, consigliere giuridico. Thomas Sankara è ferito e viene trascinato dalle guardie del corpo sotto il pergolato dell’edificio, da qui gli uomini della scorta reagiscono sparando verso i cespugli dai quali è partita la bomba. Ma si accorgono subito che non c’è scampo per nessuno.

L’edificio è circondato da gente che lancia granate verso l’edificio. Sankara trova addirittura la forza per alzarsi in piedi, ma viene letteralmente falciato da una raffica di Kalashnicov. Morirà steso a terra, in un lago di sangue, dopo più di mezz’ora d’agonia, mentre attorno il commando finisce la strage, sparando a tutto ciò che si muove. Nessuno tra quanti si sono incaricati di scrivere la storia recente del Burkina Faso ha escluso che dietro il violento colpo di Stato e l’omicidio di Sankara ci fosse la mano di Blaise Compaoré, salito al potere proprio il giorno stesso dell’uccisione del giovane presidente e rimasto in carica ininterrottamente fino al 31 ottobre 2014. Naturalmente, il “gioco” sanguinoso che lo ha portato al potere, Campaoré non lo ha gestito da solo.
Hanno dato sicuramente una mano le zone oscure dei servizi segreti di paesi ex coloniali, di nazioni confinanti e persino di criminali ricercati dalle polizie di mezzo mondo come Charles Taylor, un mercenario senza scrupoli. L’uomo che ha alimentato il conflitto civile in sierra Leone per il controllo delle miniere di diamanti, al soldo di chissà chi, e che dal 1991 al 2001 ha paralizzato il paese, provocando 50.000 morti e che è stato accusato di omicidi, stupri, amputazioni e reclutamento di bambini soldato.

La storia recente dell’Africa ha nella morte di Sankara, nonostante sia rimasto alla guida del suo paese solo 4 anni, dal 1983 al 1987, il punto di svolta, il momento in cui è stato dirottato il corso degli eventi dell’intero continente. Del resto, come poteva durare a lungo uno così? Sankara aveva cambiato nome al suo paese, da Alto Volta a Burkina Faso (la terra degli uomini integri) e non perdeva occasione per andare in giro a dire cose come queste: “Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. E allora, cos’è il debito se non un neocolonialismo governato dai paesi che hanno ancora pruriti imperiali? Noi africani siamo stati schiavi e adesso ci hanno ridotto a schiavi finanziari. Quindi, se ci rifiutiamo di pagare, di sicuro non costringeremo alla fame i nostri creditori. Se però paghiamo, saremo noi a morire. Quindi dobbiamo trovare la forza di dire a costoro guardandoli negli occhi che sono loro ad avere ancora debiti con noi, per le sofferenze che ci hanno inflitto e le risorse immani che ci hanno rubato”.

Ecco il sogno interrotto di Thomas Sankara. Il quadro nel quale il “Che Guevara africano” è stato eliminato era questo: da una parte, il suo coraggio, la sua vitalità rivoluzionaria nel voler cambiare volto all’Africa, il suo pragmatismo maturato nella carriera militare e la sua incerta dimestichezza con la diplomazia; ma dall’altra, la morsa invisibile degli interessi rapaci dei potentati economici internazionali che continuano a depredare il continente con la complicità di leadership locali, che gravano sull’intero continente. Si è temuto insomma che l’equilibrio post coloniale potesse essere messo in discussione, sebbene da un paese come il Burkina, che non ha mai fatto gola a nessuno, tanto assenti sono ricchezze naturali degne di nota. Il disegno eversivo si è dimostrato comunque lungimirante, perché l’Africa è ancora lì, con i suoi Pil in crescita, qua e là, con alcuni incoraggianti segnali di crescita a macchia di leopardo. Ma il vero riscatto, quello sognato da Sankara, quello appare al momento ancora assai lontano all’orizzonte.

I martiri incorrotti per la causa africana sono tanti. Se non vogliamo ascoltare le loro candide voci, ascoltiamo almeno la Bibbia che ci impone di rimettere al centro della storia la misericordia senza la quale il mondo non può vivere. (Non dimentichiamo che il concetto del Dio misericordioso unisce ebrei, cristiani e musulmani). L’uomo non è uno schiavo o una macchina per produrre. Ha diritto al riposo. E non solo l’uomo, ma anche le bestie e la Terra hanno diritto a riposare (Genesi, 1). E sempre partendo dal concetto del Sabato e contro la tendenza all’accumulo dei beni nelle mani di pochi a spese di molti morti di fame, in Israele venne lanciato un Giubileo che esigeva la remissione dei debiti: ”Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo.” (Lev.,25) Un Giubileo sabbatico allo scopo di riequilibrare la società ebraica che veniva sempre più strutturandosi nella disuguaglianza. “Le terre non si potranno vendere per sempre, la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini.”(Lev.25, 23)

Dobbiamo ascoltare l’immenso grido della Terra, prigioniera di un Sistema di morte. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizie. Il ritmo di consumo , di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del Pianeta, in maniera tale che, lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi. L’Occidente perciò deve riconoscere anche un debito ecologico ai paesi del Sud del mondo, perché è il nostro cosiddetto sviluppo che ha prodotto questa crisi ecologica che verrà pagata dai paesi impoveriti, in particolare dall’Africa che probabilmente avrà milioni di ‘rifugiati climatici’. A questi c’è da aggiungere i rifugiati che fuggono dalle nostre guerre, dai nostri dittatori di comodo, dai collassi delle economie locali distrutte dai consigli degli istituti finanziari mondiali. Quando la gente non può vivere decentemente nel suo Paese, è evidente che va a fare qualsiasi cosa in un altro posto dove intravede la possibilità di poter sopravvivere.

Inoltre l’intero genere umano non se la passa tanto bene. È imprigionato dentro un sistema economico-finanziario che permette al 20% della popolazione mondiale di consumare il 90% dei beni prodotti, immiserendo così oltre tre miliardi di persone e affamandone almeno un miliardo. Questo può avvenire perché i ricchi sono protetti da potentissime armi che ci costano quasi cinque miliardi di dollari al giorno.

Questo Sistema economico-finanziario militarizzato è talmente energivoro (soprattutto petrolio e carbone) che il Pianeta Terra sopporta sempre meno la presenza di Homo Sapiens, che è diventato Homo Demens. L’economia può correggersi e rendersi utile al ben-essere della collettività e non solo al ben-avere di una oligarchia avida che accumula e sottrae risorse alla comunità umana. Ciò sarà possibile se gli altri attori della crisi: la politica democratica, l’economia reale, le banche commerciali… sapranno disintossicarsi dai mercati finanziari, senza collusioni interessate, senza quelle connivenze che hanno permesso al capitalismo finanziario speculativo di eludere regole di pseudo-vigilanze, con parametri di rating non adeguati al benessere della persona e della società civile, ma solo funzionali al sistema di prelievo con algoritmi assurdi e immorali. Un’economia rispettosa della dignità umana e del benessere della collettività è possibile.

Molte le testimonianze a riprova che capitale e lavoro possono convivere nel rispetto reciproco: una tra tutte quella di Adriano Olivetti che, negli anni Cinquanta, riuscì a condividere la ricchezza con la comunità umana di Ivrea, nella sua fabbrica abitata non da merci (taylorismo), ma da persone.

FINE SECONDA PARTE

Il testo completo è stato suddiviso in quattro parti ed è il risultato di una ricerca durata otto mesi. Per eventuali inesattezze si rimanda ai testi originali indicati nelle fonti.

Fonti:

http://www.wikipedia.org
http://www.repubblica.it
http://www.mosaicodipace.it
http://www.unicef.it
http://www.avvenire.it
http://www.mediciperidirittiumani.org
http://www.mondoallarovescia.com
http://www.psicopolis.com
http://www.africanvoicess.wordpress.com
http://www.proteo.rdbcub.it
http://www.nigrizia.it
http://www.studiarapido.it
http://www.dirdidedolo.it
http://www.occhidellaguerra.it
http://www.reportdifesa.it
http://www.a-dif.org
http://www.reportafrica.it
http://www.africarivista.it

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