Capitolo 3° –  Promemoria: noi italiani vantiamo il primato mondiale di migranti (24 milioni).

È mentalità comune che noi europei, bontà nostra, accogliamo e soccorriamo come benefattori  i migranti e profughi dell’Africa. Ma non è propriamente così. I conti vanno fatti per intero e non si possono dimenticare o annullare solo perché sono vecchi. Ed il debito morale che abbiamo accumulato verso il popolo africano è enorme, forse impagabile. Un debito enorme perchè ha portato non migliaia, ma milioni di persone ad essere schiavizzati. E se, come ci insegnano le banche ed i professori di economia, i debiti vanno pagati, noi europei dovremmo saldare (anche accettando un classico “Saldo e stralcio”), oltre al debito morale con scuse allegate, il debito economico dovuto alla schiavizzazione forzata di milioni di africani.

Un debito che ogni giorno purtroppo continua a crescere, perché ancora oggi le responsabilità di questo esodo sono tutte dell’ occidente. Perciò è un furto umano che va interrotto non chiudendo le frontiere, ma invertendo quelle scelte che sono la causa dell’esodo. Fare barriere e contrastare la migrazione dei popoli è assurdo come chiudere le porte di un edificio che sta prendendo fuoco. Perciò particolarmente i credenti devono gridare al mondo con forza: ”Libertà agli schiavi e a tutti gli esseri umani schiavizzati!” Una nuova ondata di misericordia nella vecchia Europa deve accogliere i “naufraghi dello sviluppo”. Le chiese devono aprire i loro battenti per accogliere la ‘carne di Cristo’! E sia per tutti come un nuovo e duraturo Giubileo.

L’Africa è un continente immenso, pieno di bellezze e risorse naturali, ma da tanti anni sta soffrendo molto a causa della destabilizzazione politica voluta e mantenuta dai poteri forti, dalle guerre, dal terrorismo ed infine dalle particolari condizioni climatiche. Milioni di persone in questo preciso momento stanno morendo di fame e per malattie curabili. I cittadini delle nazioni che fanno parte della martoriata regione del corno d’Africa, la più colpita dalla carestia, si spostano continuamente per cercare qualcosa da mangiare e condizioni di vita migliori e questo scatena molto spesso l’odio tra gruppi etnici che sfocia in vere e proprie guerre con migliaia di vittime civili.

Coloro che per sfuggire alla fame cercano di passare la frontiera con le nazioni confinanti spesso sono fermati e rimandati indietro e i pochi che sono accolti vengono trasportati in campi profughi in cui manca tutto e le condizioni di vita sono al limite della sopportazione umana. Nel Sud Sudan, in guerra dal dicembre 2013, scontri continui, violenze, battaglie, razzie, incendi, distruzioni, stragi hanno costretto migliaia di contadini ad abbandonare le terre e i villaggi. Si calcola che almeno 2,5 milioni di persone vivano nei campi profughi o siano fuggite oltre confine.La disperazione della popolazione in preda alla fame inevitabilmente ha fatto precipitare l’intera regione nel caos e nel disordine sociale.

Per colpa delle guerre alimentate dalle armi vendute ai Paesi africani dai Paesi ricchi, da tre anni non si fanno più le semine e quindi non ci sono raccolti: secondo gli ultimi rapporti dell’Onu, sono a rischio carestia circa 4,5 milioni di uomini e donne, in particolare i bambini e gli anziani. Ovvero: la sopravvivenza della maggioranza della popolazione dipende dagli aiuti internazionali, che però faticano ad arrivare. Il conflitto in corso intanto non concede tregua e sta assumendo sempre di più la ferocia di una pulizia etnica, con massacri mirati in base alla tribù di appartenenza. Le varie etnie si combattono tra loro per avere accesso alle pochissime risorse rimaste.  Siamo ormai arrivati al punto in cui l’acqua è diventata talmente preziosa da scatenare intensi conflitti per il controllo delle fonti.

Eppure anche per i profughi che fuggono da questo orrore, l’accesso all’Europa è tutt’altro che semplice. Anzi ora, con il nuovo accordo Italia-Libia e il programma di respingimento deciso a Malta dai capi di stato dell’Unione Europea, sarà ancora più complicato imbarcarsi per tentare di raggiungere l’Italia. E’ proprio qui il punto: anziché istituire canali umanitari per questi milioni di disperati, si costruiscono muri e si organizzano retate e voli charter per il rimpatrio forzato, anche verso realtà di crisi estrema. Prevale più che mai, in Italia e in Europa, una politica di chiusura totale, sempre più stretta, anche di fronte a una catastrofe umanitaria, in Africa, che si profila persino più grave di quella della terribile carestia del 2010/2011.

Canali umanitari di ampio respiro significa staccarsi da quella politica miope che guarda ai problemi del Paese con l’obiettivo primario di guadagnare voti alle prossime elezioni. Canali umanitari significa programmare il futuro con lo sguardo di chi pensa ad un mondo migliore, senza frontiere non solo per le merci, ma anche per le persone. Dove la diversità sia un valore e lo spostarsi come il viaggiare sia un diritto per tutti e non l’unica possibilità per la sopravvivenza. Siamo noi italiani il maggior paese migratore. Impariamo ora ad accogliere e ad integrare lo straniero affinchè non si senta più straniero. Quando si sentirà integrato sarà una risorsa che ci permetterà di crescere come economia e come civiltà.

Accogliamo e integriamo. Quanto manca all’Italia per essere un Paese migliore! Possono aiutarci ed esserci di sprono gli immigrati. Prima di tutto basta con il ricatto disumano della clandestinità. Nessuno è clandestino, tutti ospiti di un’unica terra, da amare e da rispettare. Clandestini sono piuttosto coloro che non rispettano la terra, l’ambiente, la comunità di persone ed ogni individuo. Ovvero chi delinque. Tutti coloro che sono incensurati debbono avere subito tutti i documenti necessari all’accesso al lavoro, casa, sanità, scuola, servizi sociali, ecc. Se l’Italia è un Paese con tanti limiti, con tante carenze, quelle di cui tutti si lamentano, vuol dire che il lavoro non manca. Mancano semmai i soldi per retribuire i lavoratori. Ottimizziamo allora i pochi strumenti di cui possiamo disporre. Creiamo un “lavoro sociale” retribuito con buoni locali per pagare i servizi come affitto, utenze, trasporti, sanità e istruzione.

Ma invece che costruire opportunità, preferiamo trovare un colpevole da accusare. Così ci sentiamo rassicurati ed impegnati a dargli addosso ad ogni occasione. Ma non si risolvono così i problemi. Prima i colpevoli di turno erano gli scafisti, poi è toccato alle ONG, domani il colpevole sarà qualcun altro. Ma state certi che arriverà anche il giorno in cui colpevolizzeranno anche noi, e ben ci starà.

Il tema che si ripete quotidianamente su tutti i giornali e telegiornali è: “guerra agli scafisti che lucrano sulla disperazione dei migranti”. Indubbio che gli scafisti sono spesso delinquenti senza cuore. Ma se un viaggio dalla Nigeria a Palermo costa appena 450 euro, è responsabilità degli scafisti se agli africani incensurati, sani, giovani, istruiti e di buone speranze, è negato un accesso regolare? Togliere di mezzo gli scafisti è questione di scelte politiche. Abbiamo 7.000 militari italiani in 30 missioni internazionali. E normalmente non stiamo permanentemente su navi o aerei. Stiamo sulla terra ferma. Perché non possiamo mettere piede in nord Africa con una missione umanitaria. Programmando una seria collaborazione con le ONG più sensibili ed impegnate a soccorrere e tutelare i diritti umani dei migranti. Perché non possiamo appoggiarci alla Tunisia che è il Paese più vicino all’Italia. Con la Tunisia non dovrebbe essere difficile trovare un accordo, piuttosto che nel caos libico. Comunque sempre meglio anche in Libia, che in mezzo al Mar Mediterraneo. Non programmare questo significa sperare che piuttosto che in Italia, i migranti finiscano in fondo al mare. Ognuno di noi, secondo quanto averebbe potuto fare, per ogni vittima innocente, ne porterà per sempre il peso e la responsabilità.

Intanto l’unico orgoglio umano che possiamo vantare è quello del servizio di soccorso delle 14 navi delle ONG che salvano da morte certa, migliaia e migliaia di migranti nel mediterraneo. ONG che invece di essere supportate e stimate, sono sotto accusa per presunti contatti con scafisti. Ma che crimine è parlare con gli scafisti? Immaginiamo la telefonata fra una ONG e gli scafisti: “Pronto, sono uno scafista, abbiamo centocinquanta persone in difficoltà su un gommone…” La ONG: “Ci spiace, ma non possiamo parlare con gli scafisti. Non insistete, sappiamo benissimo che se non interveniamo potrebbero finire tutti ammare. Ma così sono le regole. Si, si, lo sappiamo che sono regole sbagliate, ma che ci possiamo fare noi. Non siamo noi a fare le regole. Noi dobbiamo starci dentro, e voi ne siete fuori. E non richiamate più a questo numero, grazie…”

Se c’è un fatto che non è criminoso, non lo diventa solo perché addebitabile ad un gruppo criminale. Se un noto criminale va in farmacia a comprare una medicina, il farmacista non può rifiutarsi di servirlo adducendo la scusa: “Non posso avere rapporti commerciali con un criminale.” È il fatto che non è criminoso, non la persona. Così il parlare con degli scafisti per soccorrere un barcone in difficoltà, non significa intrattenere rapporti con gli scafisti e quindi spartirsi eventuali utili. Se questo accadesse è tutto da provare. Anzi, ben vengano le telefonate fra ONG e scafisti quando servono strettamente per segnalare la posizione di un barcone in difficoltà e poter salvare un gruppo di persone da morte certa. Senza se e senza ma. Criticabile semmai è l’atteggiamento del Governo italiano che, pressato dalle opposizioni e da una opinione pubblica allarmata e spaventata da un’informazione smemorata e sostanzialmente carente, fa le pulci alle ONG e fa accordi regalando motovedette ad un Governo libico che incarcera e tortura i migranti solo per la colpa di voler scappare da guerre e miseria.

Ibrahim ha vent’anni ed è fuggito dal Mali a causa della guerra interna. Questa è la sua storia. Viene sequestrato da un gruppo armato per essere reclutato come combattente. Poiché rifiuta di imbracciare le armi viene sottoposto ad innumerevoli violenze e torture. Subisce anche l’amputazione del dito di una mano. Al momento della fuga viene colpito di striscio da due pallottole. Ibrahim raggiunge poi la Libia attraverso il Niger e il deserto del Tenerè, la via dell’inferno gestita dai trafficanti. In Libia lavora per qualche tempo senza essere pagato e successivamente viene arrestato e rinchiuso per 5 mesi in un carcere spaventosamente sovraffollato. Viene percosso quotidianamente e subisce violenza sessuale. Viene privato di cibo e acqua e vede vari compagni di cella morire di stenti. Riesce infine a fuggire e ad imbarcarsi per l’Italia.

Il viaggio attraverso il Mediterraneo è drammatico, il barcone è sovraccarico di persone e coloro che rimangono sotto muoiono schiacciati dal peso degli altri. All’arrivo in Italia, nell’hotspot di Pozzallo, viene sottoposto ad interrogatorio da parte della polizia che è alla ricerca degli scafisti. Effettua richiesta d’asilo e viene poi trasferito in un centro di accoglienza alla periferia di Roma. All’ingresso viene sottoposto ad una veloce visita medica. Dopo qualche tempo le ferite delle molteplici violenze subite si rimarginano lasciando delle cicatrici ben visibili. Persistono però i dolori, in particolare una cefalea persistente e dei dolori lombari in prossimità delle parti in cui veniva percosso in Libia.

Durante il giorno rimane spesso in uno stato di stordimento salvo poi allarmarsi e manifestare reazioni spropositate per situazioni insignificanti come lo sbattere di una porta. Nel centro viene visto come un soggetto difficile che già, in varie occasioni, si è scontrato verbalmente con altri ospiti e con gli operatori. Una sera Ibrahim esplode in una vera e propria crisi probabilmente provocata dal volume della radio troppo alto tenuto da altri ospiti del centro. Urla, getta a terra un computer. Spacca un vetro con un pugno ferendosi la mano. Viene portato al pronto soccorso e poiché i medici percepiscono intenzioni suicidarie, viene ricoverato nel reparto psichiatrico. Viene somministrata una terapia farmacologica sedante e il ragazzo viene dimesso dopo una decina di giorni.

L’arrivo in Italia di un crescente numero di migranti forzati, molti dei quali vittime di violenza o tortura nei paesi di origine o di transito, rende sempre più urgente garantire un efficiente sistema di accoglienza e un’adeguata assistenza medico-psicologica. Lo scorso anno sono stati 181mila i migranti sbarcati in Sicilia e nelle altre regioni dell’Italia del Sud, il numero più alto mai registrato. I morti e i dispersi nella traversata sono stati più di 4.500. La gran parte proviene dall’inferno dalla Libia e in misura minore, spesso in condizioni altrettanto drammatiche, dall’Egitto. E’ questa la vicenda umana che forse più sta segnando il nostro tempo e le cui conseguenze si riflettono sulla salute fisica e mentale di un’intera generazione di giovani africani; un viaggio in cui, come ha detto un testimone, “non sei più un essere umano”.

Se infatti tantissimi giovani dimostrano un’incredibile capacità di reazione ad un fardello di esperienze limite che, in molti casi, sfugge alla nostra stessa capacità di comprensione, è parimenti vero che molti di essi riportano una devastante lacerazione nel fisico e nell’anima. Questo comporta spesso un percorso terapeutico che sarebbe possibile evitare con adeguate strategie di prevenzione e di cura. Anche in assenza di esiti così gravi, la sofferenza psichica rappresenta in ogni caso un potente ostacolo ad ogni percorso di integrazione.

Integrazione che sembra essere l’ultima preoccupazione dei nostri politici che continuano ad ignorare il calvario quotidiano a cui sono costretti tutti gli immigrati dalla nostra ingegnosa burocrazia italiana. Anche quelli di lungo soggiorno, parzialmente integrati e con figli nati in Italia, pur essendo giovani, si ritrovano senza lavoro ai margini della società. Politici preoccupati solo di fermare il flusso senza curarsi a quale prezzo. Politici che non si fanno scrupolo di legittimare una marina libica che addirittura spara sui barconi di migranti, alle navi delle ONG e che pare coinvolta nella vendita dei migranti come schiavi a gruppi di trafficanti.

C’è anche la rediviva Guardia costiera libica nel mirino della Corte penale internazionale dell’Aja. L’ufficio del procuratore internazionale sta acquisendo documenti, filmati, testimonianze, rapporti d’intelligence che accusano i guardacoste di Tripoli, recentemente riforniti da mezzi navali italiani, di «crimini contro l’umanità». L’ultimo episodio acquisito nel fascicolo d’indagine è di giugno 2017, quando un pattugliatore libico aprì il fuoco, ad altezza d’uomo, contro un vecchio peschereccio carico di migranti. Nel corso della sparatoria, il natante della Guardia costiera di Tripoli, tentò di speronare la nave di una organizzazione umanitaria tedesca intervenuta per soccorrere i migranti.

C’è infatti il sospetto che marinai libici siano al soldo dei trafficanti di uomini e che, a vario titolo, siano parte della filiera delle deportazioni. I migranti “soccorsi” dai guardacoste vengono spesso riportati a terra e rinchiusi nei centri governativi all’interno dei quali si svolgono aste per la vendita dei malcapitati al mercato degli schiavi: bambini compresi. Notizie che arrivano proprio quando l’Europa si appresta a varare nuovi stanziamenti. Ad accusare le autorità libiche c’è anche uno studio del Goldsmiths College, autorevole dipartimento dell’Università di Londra, che ha condotto una ricerca secondo la quale le pratiche degli scafisti, e il conseguente aumento delle tariffe della traversata per i migranti, verrebbero influenzati proprio dai sempre più numerosi «interventi» della Guardia Costiera Libica, «i cui metodi violenti hanno portato, in alcune occasioni, al ribaltamento di barche, mettendo in pericolo la vita delle persone a bordo». Niente a che vedere con la volontà di salvare i migranti.

E guai se intorno ci sono testimoni scomodi. Lo sa bene la Guardia Costiera italiana: il 23 maggio scorso, in acque internazionali, contro la motovedetta italiana CP 288 è stata sparata almeno una raffica di mitra partita da una nave militare libica. Ufficialmente, si era trattato di un errore: i libici scambiarono gli italiani per dei trafficanti. Una spiegazione che nessuno ha bevuto sul serio. Anche perché nelle stesse ore, durante un intervento nel Mediterraneo, la Guardia costiera libica si era avvicinata a dei barconi in difficoltà. Anziché procedere ai soccorsi, l’equipaggio aveva minacciato i migranti, non prima di aver sparato colpi in aria scatenando il panico. L’episodio è stato denunciato e documentato con foto e filmati dalle ONG Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée. A causa del panico seminato dagli spari «oltre 60 persone – si legge in una nota acquisita dalla procura dell’Aja – sono finite in mare».

In quasi tutti i Paesi del corno d’Africa l’instabilità politica e una grande corruzione sono alla base di molti disordini sociali e proteste che vengono ogni volta represse in modo molto brutale dai rispettivi governi. Governi instabili e corrotti che non pensano al benessere della popolazione, ma solo al loro tornaconto personale. Così molti sono costretti ad abbandonare tutto per cercare una vita migliore in Europa. Tutto questo, unito alla carestia che sta flagellando la regione, aggrava anche il fenomeno migratorio perché aumenta sempre di più il numero di coloro che decidono di partire per lasciarsi alle spalle una vita di stenti e violenza.

L’aumento dei flussi migratori ha effetti a cascata anche in Occidente tra centri di accoglienza ormai al collasso e una difficilissima identificazione di coloro che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste in cerca di fortuna. Il problema di come accogliere i profughi della carestia è enorme e gli sforzi dei governi dei Paesi industrializzati e delle organizzazioni non governative non bastano più ad arginare il fenomeno. Gli accordi stipulati con i Paesi del nord Africa da alcuni governi occidentali nel tentativo di contenere il fenomeno si sono rivelati inutili perché questi Paesi servono solo come imbarco per la traversata verso l’Europa e non sono i luoghi in cui ha davvero origine il fenomeno.

Per capire come e perché tante persone decidono di emigrare, infatti bisogna andare proprio nei Paesi del corno d’Africa in cui la carestia ha avuto inizio e continua tuttora. Nei casi di Somalia e Nigeria la carestia ha un ruolo di primo piano anche nell’espandersi di organizzazioni come Boko Haram e Al Shabaab legate al terrorismo internazionale e ritenute responsabili di crimini violenti e atrocità nei confronti di donne e bambini. Giovani affamati che non hanno niente da perdere e vedono il futuro come un enorme buco nero, facilmente cadono preda degli islamisti che, o li costringono a forza sequestrandoli ancora minorenni alla loro famiglia, o li convincono a diventare jihadisti con false promesse di una vita migliore.

La carestia (ma anche i piani di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del FMI) ha tolto a questi giovani anche la possibilità di andare a scuola e ricevere una educazione appropriata. Secondo le Nazioni Unite nelle zone dove la fame è più intensa le scuole chiuse sono centinaia, 600 nella sola Etiopia, e dove non arriva l’educazione, arrivano però gli insegnamenti sbagliati degli islamisti. In preda alla disperazione la rabbia e l’aggressività dei giovani viene incanalata sulla strada sbagliata del terrorismo con nefaste conseguenze non solo per le vittime dei loro crimini orrendi, ma anche per loro stessi che si trovano con la vita distrutta.

Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme per la situazione disastrosa che si sta creando nella regione del corno d’Africa e in Yemen: la penuria di cibo sta peggiorando e questo crea disordini e conflitti anche violenti che sfociano in migrazioni di massa e terrorismo internazionale e mettono così a rischio non solo le regioni interessate, ma tutto il mondo.

FINE TERZA PARTE
Il testo completo è stato suddiviso in più parti ed è il risultato di una ricerca durata otto mesi. Per eventuali inesattezze si rimanda ai testi originali indicati nelle fonti.

Fonti:

http://www.wikipedia.org
http://www.repubblica.it
http://www.mosaicodipace.it
http://www.unicef.it
http://www.avvenire.it
http://www.mediciperidirittiumani.org
http://www.mondoallarovescia.com
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http://www.africanvoicess.wordpress.com
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http://www.lindro.it

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