Oggi, 29 novembre 2017, il Corriere della Sera, secondo il tormentone del momento, denuncia in prima pagina una Fake News (falsa notizia) di tredici secoli fa. Non c’è gara: è la bufala più grande di tutti i tempi. Il documento affermava che l’imperatore Costantino, in segno di gratitudine verso papa Silvestro che lo aveva guarito miracolosamente dalla lebbra, si era convertito al cristianesimo, donando alla Chiesa di Roma un terzo dell’impero.

E’ nel 1440 che Lorenzo Valla scrive: “Il Discorso sulla falsa e menzognera donazione di Costantino”, testo pubblicato poi nel 1517. Lo storico afferma che il Constitutum è stato redatto verso la metà del secolo VIII per fornire una base pseudo-legale alle pretese papali al potere temporale. Per molto tempo la pseudo-donazione «non viene assolutamente messa in dubbio», nemmeno da Dante, convinto che quel potere temporale avesse gettato le premesse della corruzione della Chiesa.

Ma una ben maggior Fake News o falso storico, la promuove Costantino stesso. La tradizione storiografica cristiana racconta che la notte prima della battaglia di Ponte Milvio, il futuro Imperatore Costantino, vide in sogno Gesù Cristo che lo invitava a combattere sotto l’insegna del simbolo cristiano: le lettere greche chi (X) e rho (P), iniziali del nome di Cristo (Chr), con la leggendaria promessa “In Hoc Signo Vinces”. Il suo rivale Massenzio ha tutte le carte per vincere. Ha il favore del popolo romano, del Senato e dei fedeli pretoriani, ama Roma e la romanità, si dimostra magnanimo coi vinti, è tollerante verso il Cristianesimo pur non rinnegando le sue credenze pagane. Inoltre dispone di un esercito almeno quattro volte superiore a quello nemico. Massenzio, al quale basterebbe schierare il suo esercito in riva sinistra del Tevere aspettando il nemico, con imperdonabile errore strategico e tattico, trasferisce l’esercito oltre il Fiume attraversando Ponte Milvio e un ponte improvvisato, probabilmente di barche, poche decine di metri più a monte.

Nella piana in riva destra del Tevere tra Prima Porta e Saxa Rubra, dove dovranno manovrare circa 240mila uomini, Costantino, sceso da Malborghetto, lancia la cavalleria gallica che sgomina i possenti cavalieri numidi di Massenzio. La massa enorme dell’esercito di Roma, incalzata dagli attaccanti, viene chiusa nella sacca dell’ansa tiberina: i due stretti ponti non basteranno a permettere l’attraversamento del Fiume, dove anche Massenzio troverà la morte. La leggenda della “visione” di Costantino, da lui stesso diffusa dopo la presa di potere, gli consente di circondarsi di un’aura quasi soprannaturale, aiutato in ciò dal mondo cristiano che, grazie ad Eusebio, solerte biografo di corte, ne fa il suo campione.

La Storia scritta dai vincitori descriverà poi Massenzio come sopraffattore e despota. Costantino sarà invece il “liberatore” della città nella quale farà strage dei sopravvissuti, assurgerà a simbolo di una religione nella quale non crede e infine sarà la causa diretta della fine della grandezza di Roma e dell’Impero. Ma verrà santificato e continuerà ad essere definito “il grande”. Ma come si concilia il Costantino folgorato dalla visione di Gesù con quello a cui, pochi anni prima, appare invece il dio Apollo, che l’imperatore avrebbe incontrato faccia a faccia nel 310 in un tempio della Gallia? E come spiegare che sull’Arco di Costantino, eretto nel 315 a Roma per celebrare la vittoria su Massenzio, di segni cristiani non ci sia traccia?

Le legioni, anzi, vi sono raffigurate mentre marciano esibendo statuette della Vittoria e del Sole. E Costantino continuerà per anni a farsi rappresentare sulle monete portando sul capo il simbolo solare della corona radiata. Costantino è forte e valoroso, ma crudele: ha fatto sbranare prigionieri per divertimento, ha fatto strage di soldati arresi dopo aver loro promesso salvezza, farà una feroce rappresaglia appena conquistata Roma. Editti e concili sono da lui usati per gestire il potere assoluto. La sua interpretazione del Cristianesimo si manifesta con l’uccisione di cittadini e militari sospettati di tradimento, nonché lo sterminio della sua famiglia: il primo figlio Crispo, Massimiano, Licinio, Liciniano, la moglie Fausta fatta perire nell’acqua bollente.

Voltaire scriverà dell’Imperatore Costantino come un «tiranno superstizioso» che solo «gli adulatori clericali» («flatteurs ecclésiastiques») hanno potuto santificare. Il suo battesimo nel palazzo del Laterano in Roma è molto dubbio e sembra essere in realtà una “garanzia” in punto di morte. Alla sua morte, Roma e l’impero sono in rovina, aperti alla discesa dei barbari. Per cui il crocefisso diventa un simbolo cristiano intorno all’anno 300 d.c. in seguito alla evidente e strumentale invenzione dell’Imperatore Costantino. Al tempo di Gesù in Palestina, la crocifissione era una pratica che l’Impero Romano usava per controllare le zone occupate ed riservata solo agli schiavi o agli stranieri ribelli.

La pena della crocifissione era quindi intesa più come deterrente che come espiazione, come strumento di ordine al fine di mantenere il dominio vigente. È quindi era del tutto logico che lo strumento del supplizio venisse eretto in un luogo ben esposto. I romani fecero ampio uso di questo tipo di esecuzione, basti ricordare i 6.000 schiavi ribelli che agli ordini di Spartaco avevano combattuto contro Roma e che Crasso nel 71 a.C. fece crocifiggere – nudi – lungo la via Appia da Capua a Roma. Non raramente i soldati romani arrivavano nei villaggi ribelli, catturavano alcuni abitanti e li crocefiggevano senza alcuna loro colpa, solo per monito agli altri.

Inizialmente il dominio di Roma era imposto innalzando i crocefissi, dopo Costantino innalzando il crocefisso. Uno per la salvezza di tutti, ma comunque un simbolo di morte imposto con l’inganno e proposto da quegli stessi romani che avevano inchiodato alla croce Gesù Cristo. La croce è un simbolo di violenza, di ingiustizia e di morte. Perciò Costantino non solo ci ha mentito, ma ci ha ingannato fino a farci assumere un simbolo di oppressione come simbolo di riscatto e di liberazione. È come se gli abitanti di Hiroshima, per omaggiare i morti della bomba atomica, avessero scelto la bomba atomica come simbolo della città. Così non avrebbero reso omaggio ai morti, ma recato offesa alla loro memoria.

Pertanto parlare di croce, o addirittura di “Santa Croce”, come sono dedicate alcune chiese, è come parlar di corda in casa dell’impiccato. “Santa croce” infatti è un accostamento che dovrebbe far venire i brividi, come parlar di “sante bombe”, o “santa forca”, o “santa sedia elettrica”. Sono termini inaccettabili quanto “santa croce”. Poiché non c’è niente di santo in uno strumento di morte. Puoi infiorarlo teologicamente quanto vuoi, rimane un abominio. Una vergogna per l’umanità. L’uomo o il Dio che vi muore sopra, per una missione o un ideale, una vittima che merita rispetto. Almeno non edulcoriamo uno strumento di morte chiamandolo “santo”.

“Santa Croce” è chiamata la famosa Basilica di Firenze dove sono sepolti Galileo, Michelangelo e il poeta Ugo Foscolo, e dove il 19 ottobre 2017, proprio mentre stavo concludendo questo testo, è caduto un pezzo di capitello uccidendo un turista spagnolo. Parlando di segni, bisognerebbe riflettere anche su questi. Forse Dio si è stancato di portare la croce per degli uomini sordi e testardi. Incapaci di amarsi e rispettarsi come fratelli. Incapaci di testimoniare la verità e pronti solo a nasconderla ad ogni occasione.

La croce è sempre stata una immagine utilizzata dall’Impero Romano, chiamato anche “Sacro Romano Impero” perché “sacro” è un titolo che fa sempre comodo per nascondere le malefatte del potere costituito. Quindi inizialmente è stato un simbolo romano, non cristiano. Contestualmente la Croce è scarsamente presente nell’iconografia cristiana delle origini. Inizialmente i cristiani utilizzarono solo simboli comuni alla cultura classica (es. il Buon Pastore) o criptici, come il pesce, collegato a Gesù solo dal cristogramma Ichthys, o l’ancora.

È plausibile perciò ritenere che la croce imposta come simbolo cristiano, sia stato un abile stratagemma per soggiogare a Roma i popoli conquistati tramite la nuova dottrina cristiana. Probabile inoltre che la leggenda “ In hoc signo vinces “ sia stata solo un’abile mossa di propaganda e la Chiesa truffata da un imperatore romano che ha circuito la fede dei cristiani dell’epoca fino ad oggi. O forse, dopo anni di persecuzioni, i cristiani del tempo hanno accolto favorevolmente l’offerta di far diventare il cristianesimo, religione libera e lecita dell’Impero. Soprassedendo a qualche sconveniente accostamento. La Chiesa perciò dovrebbe rivalutare il riconoscimento della santità di Costantino Imperatore, o quanto meno correggere la storia conosciuta e riconsiderare ciò che è stato uno sbaglio.

Sì, la croce come simbolo cristiano è probabilmente uno sbaglio, ma personalmente il crocefisso non mi spaventa. È qualcosa che ormai fa parte di noi e della nostra vita. E sinceramente non credo che gli islamici possano avere voce in capitolo per chiedere di rimuoverlo dalle aule delle scuole. Molte altre cose dovrebbero essere cambiate con maggior urgenza nelle nostre scuole!

Ma proviamo a riflettere come se l’Imperatore Costantino non avesse condizionato con la menzogna generazioni e generazioni di cristiani ed indotto innumerevoli artisti a pensare al crocefisso come un simbolo cristiano. Perciò riappropriamoci del vero spirito evangelico. Siano liberate le chiese da quest’aurea di morte. Fra l’altro lasciare infangare la croce di Cristo, dunque il suo sacrificio, da un assassino e bugiardo, non è stata una cosa bella. E l’affermazione del cristianesimo, non violento e pacifista, in una battaglia con migliaia di morti, doveva già da subito far capire che qualcosa non tornava. La croce che oggi incombe minacciosa sull’altare di migliaia di chiese, non è comunque da rimuovere o da nascondere. Basta collocarla al suo posto, di lato, come una tappa della vita di Gesù, non come una meta.

Ciò che caratterizza il cristiano infatti non è la minaccia dell’inferno o della sofferenza, ma l’annuncio della Buona Novella e la Risurrezione. Nonostante le tante colpe della Chiesa e degli uomini, Dio aspetta fiducioso e vigile la conversione dell’uomo. E l’uomo cerca ancora in Dio protezione e risposte alla sua vita. Per l’uomo Dio è davvero Padre e come un figlio si aspetta un’attenzione particolare ed un amore unico. Peccato che non siamo figli unici, siamo figli dello stesso Padre e dunque fratelli. Questa è la cosa difficile. Amarsi come fratelli.

Così nostro Dio Padre, dopo averci accolti, consolati e confortati, ci riconsegna nel grembo della Comunità Ecclesiastica che è madre. “Il nostro posto è là, là in mezzo a loro. L’amore che ci hai dato portiamolo nel mondo…” Gesù non vuole fare dei discepoli un elite di privilegiati che si isolino dal mondo, ma che siano lievito che fermenti la massa. Ed è così anche perché l’uomo non si può salvare da solo. L’uomo vive in un contesto comunitario dove ognuno deve sentirsi responsabile anche per gli altri.

Come in una barca: o ci si salva insieme o si muore insieme ed a tutti conviene collaborare per raggiungere la salvezza che è il porto. Non ha senso combattersi, farsi la guerra, rubarsi le cose. Perché siamo tutti sulla stessa barca ed abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. In certi frangenti potrebbe sembrarci vantaggioso approfittare della nostra posizione di forza o di potere per avvantaggiarci sugli altri. Ma se poi la barca cola a picco, non si sarà troppa soddisfazione a morire come i più ricchi del battello.

E comunque la nostra fede passa per un cammino di figli di uno stesso Padre, quindi fratelli. E non ci si può ne odiare, né combattere fra fratelli. La fratellanza si rinsalda quando possiamo sperimentare l’amore del Padre e la forza del messaggio evangelico che ci accompagna quotidianamente come una parola sempre viva ed attuale. Se non fosse così non ci sarebbero milioni di credenti solo per un fatto, per quanto straordinario, accaduto più di 2000 anni fa.

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