Donarsi fino ad essere disposti a dare persino la vita per amore, è il top. Chi ha una missione, una meta, un’opera educativa, formativa o informativa, sa che può comportare dei rischi. In certi contesti possono essere rischi molto alti fino a quello della propria vita. Non lasciarsi intimidire, non rinunciare, non arrendersi all’arroganza del potere, è straordinario come la santità. Santità è perseguire una meta di impegno civile o di carità ed amore fino ad un innaturale stop dovuto ad una azione delittuosa. È una santità conclamata dal martirio. Ma è santità anche quella che opera discreta e silenziosa senza pretesa alcuna di elevarsi alla gloria degli altari. L’opera preziosa di chi mette a disposizione i propri talenti e tutto se stesso per un servizio nel quotidiano impegno dedicato ai fratelli fino alla propria morte naturale.

Ma non c’è santità quando c’è una forma esasperata di volersi immolare a tutti i costi. Quando non si accetta il rischio con avvedutezza, ma lo si va a cercare apposta. La vita è un dono da preservare con giudizio. È unica e preziosa, quella degli altri come la propria. E quando per comandi insensati, legati al profitto, al potere o ad altri fini, si ledono questi principi, si è complici di azioni di morte. Si è criminali, non cattive persone o cattivi cristiani. E non basta una confessione per cancellare tutto. Non basta e non vale se non c’è conversione del cuore, se il pentimento è vissuto come una formalità ed ogni giorno ricomincia uguale, stessi sbagli, stesso vizio, stessa strada. La confessione non è una burla, senza conversione (cambiare verso, direzione) il peccato, la colpa, il delitto e la complicità permangono.

Gesù ha dato la vita per noi, ma ne faceva anche a meno: “ Padre, se possibile passi da me questo calice…” Avrebbe volentieri continuato a predicare per la Galilea, avrebbe fatto volentieri a meno della croce. Non chiamiamola tentazione. È una giusta aspirazione preservare il dono della vita. Ora noi si pensa che altrimenti sarebbe mancata la prova della resurrezione. Vero, ma lasciamo la regia al Padre. Avrebbe trovato il modo per dircelo in maniera altrettanto convincente. Non nascondiamo le nostre colpe sotto la veste di Dio. Dio non centra. Ma era stato previsto dai profeti? Sì, ma questo non può essere una giustificazione. O vorremmo che lo fosse?

Un padre che vede partire suo figlio per la guerra non festeggia. Qualche volta è accaduto, ma un padre buono e libero dal giudizio della comunità del tempo, non può essere contento. Sa che è un dovere amaro che bisogna adempiere. Volente o nolente è così. Ma quando potrà riabbracciare suo figlio sarà l’uomo più contento del mondo.

Quale padre, vedendo un figlio tornare dalla guerra si farà scuro in volto e gli dirà “ Che fai tu qui? Non dovevi essere in guerra? La guerra è forse finita? Sei un disertore? Un imboscato?” E senza neppure lasciarlo rispondere lo caccerà dicendogli: “ Di te non voglio ricevere che un triste annuncio di morte in battaglia. Con onore, affiche la tua morte porti onore a me ad alla tua famiglia ed io possa dire: mio figlio è morto sul fronte da eroe!”

Solo un padre folle può pensare così. E noi ci immaginiamo un Dio Padre di tale fatta? Un padre che programma la morte del suo unico figlio e per giunta sulla croce, una delle morti più crudeli e dolorose. Questo è davvero il dio che amiamo e che vorremmo come Padre? Per questo il mondo è cosi crudele, senza dignità e cuore. Perché accettiamo che il nostro Dio sia un Dio crudele ed insensibile anche alla supplica del figlio.

Ma non è il Padre a sacrificare Gesù. Sono gli uomini, sono le invidie, i poteri, le gelosie, le malattie mentali dell’uomo che consumano l’uomo ancora oggi. Perche scarichiamo su Dio una responsabilità che è solo nostra? Dio Padre ha inviato il Figlio, il Messia e lo ha inviato senza salvacondotto, senza immunità diplomatica, senza scorta, senza trucchi o scorciatoie. Il Padre lo ha inviato sulla terra ad annunciare la Buona Novella, non a morire! Noi abbiamo ignorato l’annuncio, i segni, i miracoli e lo abbiamo voluto mettere a morte come un malfattore.

Lo abbiamo ucciso solo per la nostra cattiveria, perchè era più comodo eliminare chi denunciava il nostro peccato piuttosto che muoverci a conversione. Gesù è stato crocefisso dagli uomini come agnello condotto al macello. Ha assunto sopra di se il peccato di tutti gli uomini per aprirci le porte della vita eterna. Dopo di lui quindi avremmo dovuto sperimentare una sorta di Paradiso in terra. Ed invece quanti abomini ed ancora guerre su guerre, genocidi, stragi, delitti, mafia, popoli ridotti in schiavitù, sterminio di popoli nativi di interi continenti. E non dovremmo chiederci il perché.

Perché il sacrificio di Gesù non è servito a cambiare l’uomo? Ha cambiato certamente la vita a qualche santo uomo ed a qualche migliaia di proseliti. Ciò nonostante non ha cambiato la storia che ha continuato, anche in peggio, a mostrare la sua faccia peggiore.

Ben inteso: non sono critico verso la testimonianza di Gesù, ma su quella Chiesa che ne ha raccolto l’annuncio. Su quella Chiesa che deve fare bilancio della sua storia e concludere che il bilancio non è positivo. Gesù dice: “l’albero buono lo riconosci dai frutti”. Le crociate, la santa inquisizione, la pedofilia, la corsa al potere, lo sfoggio di ricchezze spropositate, la vendita delle indulgenze, l’appoggio alle mafie e alla finanza sporca, hanno infangato l’immagine della Chiesa. Anche se Dio non si è ancora stancato dell’uomo, c’è sicuramente qualcosa di importante nella Chiesa e nella società umana che non funziona. Ed è un dovere di ogni uomo e di ogni cristiano cercare di capire cosa sia e cercare di porvi rimedio.

A me pare che la Chiesa oggi abbia preso a camminare con un buon passo grazie a Papa Francesco. Ma non ci si può nascondere che Papa Francesco faccia un po’ fatica a trascinarsi dietro una struttura ecclesiastica così ancorata ai ritmi blandi di chi assiste alla scena senza influire se non nel rivendicare il proprio convinto immobilismo. A non caricarsi quasi mai della responsabilità di essere segno dei tempi e luce delle anime. Oggi la chiesa ha da recuperare un gap con la storia. Deve chiamare i propri sacerdoti ad essere fermento della società, preparati, profeti, ispirati, informati ed appassionati particolarmente dell’umanità che soffre. Una umanità che patisce per la mancanza di accoglienza, informazione, condivisione e passione.

Strano che nel tempo dell’informazione accessibile a tutti con internet, si abbia proprio la maggior crisi dell’informazione. Per pigrizia la massa di accontenta di prendere per buona l’informazione che galleggia nei telegiornali e nei maggiori quotidiani. Una informazione prezzolata da interessi economici, per cui non veritiera. Perciò il cittadino cosciente ed informato viene descritto come reazionario e violento, mentre le strutture di sicurezza al servizio del potere, contengono le proteste e supportano chi manipola l’informazione.
Per questo la Chiesa non può assistere ininfluente a questo massacro della verità. E’ scritto nella Bibbia, in Giovanni 1:1,14 (NR): “Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio… E la Parola è diventata carne ed ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità”. La Parola è impersonata da Gesù Cristo stesso, tanto per affermare quanto sia importante. Per contrario il più dei sacerdoti massacrano la parola rendendola vuota di contenuti, insipida e incapace di fermentare la massa. La parola che viene pronunciata dall’ambone ogni domenica e ad ogni messa, è un talento seppellito, una occasione mancata, tempo perduto. E quanto ci sarebbe bisogno di una buona parola, vera, coraggiosa, capace, ingombrante, scomoda.

“Può darsi che ai giovani il messaggio cristiano non interessi più?” si chiedeva un sacerdote anni fa. Non mi sembra una domanda molto difficile: basta entrare in una qualsiasi chiesa per la messa domenicale e non ci vuole poi tanto tempo per accorgerci che per un giovane ci vuole un po’di stomaco per reggere un’ora così e soprattutto una grande motivazione irrazionale per far la pazzia di tornarci la domenica dopo. Vogliamo ancora negarci questa evidenza? Da Gesù i fanciulli venivano con gioia, dalla Chiesa scappano con terrore. Non sarà forse che ci stia sfuggendo qualcosa? L’avremo davvero capito fin in fondo quello che Gesù voleva dirci ed insegnarci?

Entriamo allora in una chiesa, ma questa volta nel silenzio di un giorno feriale. Alziamo lo sguardo ed un’enorme crocefisso troneggia sull’altare, d’intorno un’atmosfera raccolta seminata di croci e lumini. Azzardo un’ipotesi: non sarà che la Chiesa si sia fermata alla crocifissione del Cristo. e interpreti questa fase non come una tappa verso la Resurrezione ma come una meta? Non sarà che i giovani fuggano dalla Chiesa perché respirano quest’aria di morte espressa nei simboli, assorbita dai volti e trasmessa dai comportamenti? Il sacrificio di Gesù ha valore ma non avrebbe lo stesso valore senza la Resurrezione. Gesù dice: “Io sono la via, la verità e la vita.” Credo allora che se davvero vogliamo essere una Chiesa viva dobbiamo collocare la vita al posto giusto: se la meta del cristiano è la resurrezione potremo cominciare a collocare sull’altare un Cristo risorto e non crocefisso.

Poi potremmo continuare parlando di un Cristo vivo e non solo storicamente vissuto. Quanti Crocefissi viventi ci sono oggi! Ma quante cose ci sarebbero da dire in chiesa, a quanti “Cristi ” si potrebbe dare voce ed invece in chiesa i preti parlano di niente! Un mondo va verso una fase di non ritorno culturale, morale, economico, sociale e planetaria ed i preti contano i fedeli e pensano alle processioni. Per favore apriamo gli occhi, non è solo questione di belle o brutte prediche, è questione di sopravvivenza. Globalizzazione non è una parola da identificare vagamente come il fenomeno che cambierà gli scambi economici tra i paesi: è la condanna di quattro quinti dell’umanità!

Siamo in un mondo lanciato, come il favoloso Titanic, verso l’autodistruzione. Forse un giorno ci sveglieremo con il nostro iceberg lì davanti e senza il tempo per evitarlo. Pensiamoci adesso se vogliamo salvare questo mondo. Confrontarsi, discutere e denunciare è il modo per non dormire e sperare di arrivare al cambiamento necessario in tempo. E la Chiesa è chiamata a dare testimonianza alla verità, poiché qualcosa che si regge anche parzialmente sulla menzogna non può dare frutti buoni.

Ad esempio, quando si parla, oramai senza scandalizzare quasi più nessuno, che papa Luciani sia stato ucciso in Vaticano perché ostile a certe personaggi che aveva già programmato di rimuovere dall’incarico, è una macchia non trascurabile sul cammino della Chiesa. Quando si analizza poi che in quell’occasione, è stata negata anche l’autorizzazione all’autopsia del corpo del papa, si hanno forti dubbi sul fatto che la responsabilità di quel fatto possa essere stata opera di una sola persona.

Chi ha paura della verità non è che un sepolcro imbiancato. Ma schierarsi dalla parte della verità è possibile anche dopo colpevoli anni di oscurantismo. È possibile a patto che si rinneghino i comportamenti omissivi e complici, si denuncino i fatti e si cerchino i possibili colpevoli. Tacere invece è complicità ed un pessimo servizio alla verità. Se ora la buona novella è stata tradita troppe volte dalla Chiesa, dobbiamo chiederci perché. Per servizio alla verità e per aiutare la Chiesa a prenderne coscienza, vi rimando un fatto storico datato intorno all’anno 300 d.c. che ha influenzato culturalmente i secoli seguenti fino ad oggi. Lo riporto nell’articolo “Fake News: In Hoc Signo Vinces” del 29.11.2017 pubblicato in  http://www.ilmondocheiovorrei.org di cui riporto a seguito un breve estratto.

“La tradizione storiografica cristiana racconta che la notte prima della battaglia di Ponte Milvio, il futuro Imperatore Costantino, vide in sogno Gesù Cristo che lo invitava a combattere sotto l’insegna del simbolo cristiano: le lettere greche chi (X) e rho (P), iniziali del nome di Cristo (Chr), con la leggendaria promessa “In Hoc Signo Vinces”. La leggenda della “visione” di Costantino, da lui stesso diffusa dopo la presa di potere, gli consente di circondarsi di un’aura quasi soprannaturale.

Ma Costantino è crudele: ha fatto sbranare prigionieri per divertimento, ha fatto strage di soldati arresi dopo aver loro promesso salvezza, farà una feroce rappresaglia appena conquistata Roma. La sua interpretazione del Cristianesimo si manifesta con l’uccisione di cittadini e militari sospettati di tradimento, nonché lo sterminio della sua famiglia: il primo figlio Crispo, Massimiano, Licinio, Liciniano, la moglie Fausta fatta perire nell’acqua bollente.

E come si concilia il Costantino folgorato dalla visione di Gesù con quello a cui, pochi anni prima, appare invece il dio Apollo, che l’imperatore avrebbe incontrato faccia a faccia nel 310 in un tempio della Gallia? E come spiegare che sull’Arco di Costantino, eretto nel 315 a Roma per celebrare la vittoria di Ponte Milvio, di simboli cristiani non vi sia traccia?

La crocifissione era una pratica che l’Impero Romano usava per controllare le zone occupate ed riservata solo agli schiavi o agli stranieri ribelli. Quindi la croce non era un simbolo cristiano, ma romano. Inizialmente il dominio di Roma era imposto innalzando i crocefissi, dopo Costantino innalzando il crocefisso. Uno per la salvezza di tutti, ma comunque un simbolo di morte imposto con l’inganno e proposto da quegli stessi romani che avevano inchiodato alla croce Gesù Cristo.

La croce è un simbolo di violenza, di ingiustizia e di morte. Perciò Costantino non solo ci ha mentito, ma ci ha ingannato fino a farci assumere un simbolo di oppressione come simbolo di riscatto e di liberazione. È come se gli abitanti di Hiroshima, per omaggiare i morti della bomba atomica, avessero scelto la bomba atomica come simbolo della città. Così non avrebbero reso omaggio ai morti, ma recato offesa alla loro memoria.

Perciò riappropriamoci del vero spirito evangelico. Siano liberate le chiese da quest’aurea di morte. Fra l’altro lasciare infangare la croce di Cristo, dunque il suo sacrificio, da un assassino e bugiardo, non è stata una cosa bella. La croce che oggi incombe minacciosa sull’altare di migliaia di chiese, non è comunque da rimuovere o da nascondere. Basta collocarla al suo posto, di lato, come una tappa della vita di Gesù, non come una meta. Perché ciò che caratterizza il cristiano non è la minaccia dell’inferno o della sofferenza, ma l’annuncio della Buona Novella e la Resurrezione.”

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