La calunnia è un venticello che sposta proprietà milionarie

Questo articolo è per difendere a testa alta la Comunità e le attività del Cenacolo di Gesù e Maria, associazione fondata dal gesuita padre Remo Sartori . Amaramente costatando che le difficoltà dei tempi, invece che rinsaldare i legami di solidarietà fra gli ultimi, li mettono in competizione: pronti subito ad approfittare del fratello ferito, non per correre in suo soccorso, ma per rubargli il posto e la camicia.

NOBLESSE OBLIGE
la nobiltà d’animo è un obbligo, ma non è da tutti

Ricordo benissimo quando mio padre, nel ’94 fu chiamato in Questura. Ci chiedevamo: cosa avrà mai fatto? Era per una formalità: doveva dichiarare, insieme agli altri eredi, che veramente era disposto a rinunciare ad ogni diritto sull’eredità della zia Teresa. Un’eredità non da poco: si parlava di vari miliardi di lire. Ma la cosa non era in discussione. La zia Teresa aveva sempre detto e poi lasciato scritto in un codicillo testamentario, che avrebbe voluto lasciare tutto alla Diocesi di Modena. Poi, quando era ancora in vita, era stata infastidita dal factotum della Diocesi, Don Manni, che girava per le sue proprietà come se fossero già a sua disposizione. Ci ripensò e decise di fidarsi piuttosto dei Gesuiti, così cambiò il testamento. La Diocesi di Modena ancora oggi si mangia le mani, ma secondo i fatti che andremo a descrivere innanzi, sta prendendosi la sua rivincita.

LA STORIA DELL’EREDITA’ MESSEROTTI-BENVENUTI
E’ nel 1995 che la Compagnia di Gesù (Gesuiti) riceve a Modena un’eredità miliardaria: oltre 8 miliardi di lire. Teresa Messerotti Benvenuti lascia la Villa settecentesca sul Secchia a Villanova, a condizione che diventi luogo di apostolato e carità per i bisognosi. L’insieme dei beni mobili e immobili è destinato alla ristrutturazione della villa.

Il Gesuita Padre Remo Sartori, pressato dai Superiori Gesuiti, accetta di portare avanti le volontà della donatrice dando vita alla Fondazione Casa Regina della Famiglia e due associazioni:la Piccola Famiglia delle Figlie e dei Figli di Maria, una minuscola congregazione di persone consacrate a livello di diocesi e l’Associazione Cenacolo di Gesù e Maria. Intanto Padre Remo riceve dai Gesuiti quanto basta a ristrutturare il tetto che era ormai vicino al collasso. Tutto il resto viene realizzato grazie a donazioni che Padre Remo raccoglie da tutt’Italia e ad un contributo di 400 milioni di lire da parte della Regione Emilia Romagna.

In quasi venti anni,a Casa Regina della Famiglia, sono state accolte più di trecento mamme in difficoltà insieme ai loro bambini, facendo un lavoro certosino per rimettere insieme i pezzi di una vita complicata. Alcune mamme, arrivate in condizioni di pericolo o di estrema povertà, mettono al mondo i loro bambini nell’antica Villa ora denominata: “Casa Regina della Famiglia” dove tutte sono assistite e ospitate gratuitamente. La struttura funziona come una vera e propria “Casa di accoglienza”, in accordo con i servizi sociali dei Comuni modenesi ( che danno un contributo spese per il mantenimento) e seguendo le norme previste dalla Regione Emilia Romagna. Il servizio offerto è unico nel territorio: mamme e bambini non sono accolti da operatori stipendiati, ma sono inseriti nel clima di condivisione e fraternità della vita familiare.

Sempre con le offerte raccolte da Padre Remo è ristrutturato anche un edificio in montagna a Varana Sassi, presso Serramazzoni, che diventa un Centro di Spiritualità residenziale denominato Casa Giovanni Paolo II. Grazie a questo intervento il Comune ristruttura la chiesetta e l’intero borgo. Poi c’è un appartamento a Modena donato in eredità da una socia dell’associazione Cenacolo di Gesù e Maria sempre per le finalità di accoglienza della Fondazione. Si completa il quadro delle attività seguite da Padre Remo con la sede della comunità di preghiera ed apostolato “Il Cenacolo di Gesù e Maria”, conosciuta come “Casa del Pozzo”, presso il ponte di Sant’Ambrogio a Modena. Registriamo inoltre che quattro vescovi incardinati nella Diocesi di Modena e Nonantola: Mons. Giuseppe Amici, Mons. Bruno Foresti, Mons. Bartolomeo Santo Quadri e Mons. Benito Cocchi, hanno apprezzato e collaborato con padre Remo per la sua dedizione ed impegno religioso.

LA TEMPESTA SUL SOGNO DELLE MAMME
Poi improvvisamente un vento di tempesta si abbatte su questo sogno diventato realtà. Calunniatori, senza prova alcuna, accusano Padre Remo di cose infamanti. In seguito a ciò Padre Remo viene tolto alla sua Comunità, mandato a Roma e poi a Gallarate presso l’Infermeria dei Gesuiti. Praticamente sequestrato. A noi della “Comunità il Cenacolo di Gesù e Maria” è proibito di vederlo e di contattarlo anche telefonicamente. Questa situazione perdura da più di quattro anni senza che, a tutt’oggi, alcun tribunale civile abbia emesso una qualsiasi condanna e neppure avviato un qualsiasi procedimento. Ciò ha compromesso la salute di padre Remo che, per la sua storia e la sua età prossima ai novant’anni, non merita di vivere questo calvario. In seguito a procedimenti ecclesiastici ben poco trasparenti e tutt’ora in corso, il Vescovo di allora Mons. Antonio Lanfranchi, firma il decreto di nomina del nuovo presidente e amministratore della Fondazione che sostituisce padre Remo Sartori.

Così la tempesta si abbatte a catena anche sulla Fondazione Regina della Famiglia e sulle due associazioni diocesane, realtà innegabilmente meritevoli ed estranee a qualsiasi coinvolgimento nel procedimento ecclesiastico riguardante Padre Remo. Il successore di Padre Remo, per effetto di subentri e dimissioni obbligate nel consiglio d’amministrazione della Fondazione, avalla la scelta di sciogliere l’istituzione. Il Vescovo Erio Castellucci, insediatosi in Diocesi da pochi mesi, nel giugno/luglio 2016, firma il decreto che scioglie le due associazioni diocesane (costituite da laici) che operano nella Fondazione. In conseguenza la Regione Emilia Romagna conferma lo scioglimento della Fondazione votato dal CdA della stessa, nonostante la ferma opposizione di chi continua a credere in quest’opera e a spendervi ogni energia materiale e spirituale. Non è chiaro perchè gli ultimi due Vescovi, contrariamente ai loro predecessori, abbiano appoggiato la demolizione delle opere di Padre Remo. Probabilmente non hanno avuto tempo di appurare la situazione e si sono dovuti affidare a collaboratori che hanno spinto a non approfondire e a fidarsi delle loro indicazioni.

IL LIQUIDATORE NON CONOSCE MISURA
Ora, mentre il primo liquidatore incaricato dalla Regione Emilia Romagna, l’avvocato Clò, sente forse il puzzo di bruciato della situazione e rinuncia all’incarico, un secondo avvocato liquidatore, Razzoli, nominato successivamente, smantella pezzo per pezzo quanto di buono è stato fatto in vent’anni. Proprio in  questi giorni, incurante del Natale e delle imminenti festività, sta procedendo intimando ai servizi sociali di ritirare le ragazze madri e i loro bambini dalla Casa Regina della Famiglia. E, mentre ancora sul c/c della Fondazione continuinuano a giungere i fondi dei Comuni per le ragazze madri, il bancomat della Fondazione risulta bloccato per chi gestisce il servizio di accoglienza. Dal 2 novembre 2017 sono le famiglie di volontari a pagare di tasca loro il mantenimento di mamme e bambini.

Ora la proposta del liquidatore alle famiglie di Casa Regina è di collaborare per un anno con l’Associazione Porta Aperta e poi abbandonare definitivamente tutte le opere ed i locali della Fondazione (tutti restaurati con le donazioni ricevute da Padre Remo). Contemporaneamente sembra che gesuiti si siano fatti avanti per riavere indietro la proprietà di Villa Messerotti.

Porta Aperta è una realtà preziosa e sana, ma chi accetterebbe di buon grado di vedersi accusato ingiustamente per essere privato delle sue attività con la giustificazione che i nuovi proprietari continueranno le attività stesse ed anche meglio? Capiamoci: si tratta palesemente di un furto legalizzato! Che ne direste se un domani qualcuno accusasse gli amministratori di Porta Aperta infangandone nome e reputazione e si presentasse subito appresso una qualche ONG ben stimata e conosciuta che prospettasse alle autorità competenti di rilevare le proprietà escludendo in toto la vecchia gestione? Si direbbe certamente: “chi la fa, l’aspetti!”

Io penso che la zia Teresa, che mangiava mezza fetta di prosciutto e due foglie d’insalata al giorno per non toccare il patrimonio, da lassù ci guarderà sconsolata, ma certamente tiferà per noi: “Ragazzi, non arrendetevi! Vi ho donato un sogno, lottate per questo. Qui ho tanti amici, noi siamo con voi. Forza Padre Remo, forza ragazzi. La verità trionferà infine!”

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Fake News di diciassette secoli fa: “In Hoc Signo Vinces”

Oggi, 29 novembre 2017, il Corriere della Sera, secondo il tormentone del momento, denuncia in prima pagina una Fake News (falsa notizia) di tredici secoli fa. Non c’è gara: è la bufala più grande di tutti i tempi. Il documento affermava che l’imperatore Costantino, in segno di gratitudine verso papa Silvestro che lo aveva guarito miracolosamente dalla lebbra, si era convertito al cristianesimo, donando alla Chiesa di Roma un terzo dell’impero.

E’ nel 1440 che Lorenzo Valla scrive: “Il Discorso sulla falsa e menzognera donazione di Costantino”, testo pubblicato poi nel 1517. Lo storico afferma che il Constitutum è stato redatto verso la metà del secolo VIII per fornire una base pseudo-legale alle pretese papali al potere temporale. Per molto tempo la pseudo-donazione «non viene assolutamente messa in dubbio», nemmeno da Dante, convinto che quel potere temporale avesse gettato le premesse della corruzione della Chiesa.

Ma una ben maggior Fake News o falso storico, la promuove Costantino stesso. La tradizione storiografica cristiana racconta che la notte prima della battaglia di Ponte Milvio, il futuro Imperatore Costantino, vide in sogno Gesù Cristo che lo invitava a combattere sotto l’insegna del simbolo cristiano: le lettere greche chi (X) e rho (P), iniziali del nome di Cristo (Chr), con la leggendaria promessa “In Hoc Signo Vinces”. Il suo rivale Massenzio ha tutte le carte per vincere. Ha il favore del popolo romano, del Senato e dei fedeli pretoriani, ama Roma e la romanità, si dimostra magnanimo coi vinti, è tollerante verso il Cristianesimo pur non rinnegando le sue credenze pagane. Inoltre dispone di un esercito almeno quattro volte superiore a quello nemico. Massenzio, al quale basterebbe schierare il suo esercito in riva sinistra del Tevere aspettando il nemico, con imperdonabile errore strategico e tattico, trasferisce l’esercito oltre il Fiume attraversando Ponte Milvio e un ponte improvvisato, probabilmente di barche, poche decine di metri più a monte.

Nella piana in riva destra del Tevere tra Prima Porta e Saxa Rubra, dove dovranno manovrare circa 240mila uomini, Costantino, sceso da Malborghetto, lancia la cavalleria gallica che sgomina i possenti cavalieri numidi di Massenzio. La massa enorme dell’esercito di Roma, incalzata dagli attaccanti, viene chiusa nella sacca dell’ansa tiberina: i due stretti ponti non basteranno a permettere l’attraversamento del Fiume, dove anche Massenzio troverà la morte. La leggenda della “visione” di Costantino, da lui stesso diffusa dopo la presa di potere, gli consente di circondarsi di un’aura quasi soprannaturale, aiutato in ciò dal mondo cristiano che, grazie ad Eusebio, solerte biografo di corte, ne fa il suo campione.

La Storia scritta dai vincitori descriverà poi Massenzio come sopraffattore e despota. Costantino sarà invece il “liberatore” della città nella quale farà strage dei sopravvissuti, assurgerà a simbolo di una religione nella quale non crede e infine sarà la causa diretta della fine della grandezza di Roma e dell’Impero. Ma verrà santificato e continuerà ad essere definito “il grande”. Ma come si concilia il Costantino folgorato dalla visione di Gesù con quello a cui, pochi anni prima, appare invece il dio Apollo, che l’imperatore avrebbe incontrato faccia a faccia nel 310 in un tempio della Gallia? E come spiegare che sull’Arco di Costantino, eretto nel 315 a Roma per celebrare la vittoria su Massenzio, di segni cristiani non ci sia traccia?

Le legioni, anzi, vi sono raffigurate mentre marciano esibendo statuette della Vittoria e del Sole. E Costantino continuerà per anni a farsi rappresentare sulle monete portando sul capo il simbolo solare della corona radiata. Costantino è forte e valoroso, ma crudele: ha fatto sbranare prigionieri per divertimento, ha fatto strage di soldati arresi dopo aver loro promesso salvezza, farà una feroce rappresaglia appena conquistata Roma. Editti e concili sono da lui usati per gestire il potere assoluto. La sua interpretazione del Cristianesimo si manifesta con l’uccisione di cittadini e militari sospettati di tradimento, nonché lo sterminio della sua famiglia: il primo figlio Crispo, Massimiano, Licinio, Liciniano, la moglie Fausta fatta perire nell’acqua bollente.

Voltaire scriverà dell’Imperatore Costantino come un «tiranno superstizioso» che solo «gli adulatori clericali» («flatteurs ecclésiastiques») hanno potuto santificare. Il suo battesimo nel palazzo del Laterano in Roma è molto dubbio e sembra essere in realtà una “garanzia” in punto di morte. Alla sua morte, Roma e l’impero sono in rovina, aperti alla discesa dei barbari. Per cui il crocefisso diventa un simbolo cristiano intorno all’anno 300 d.c. in seguito alla evidente e strumentale invenzione dell’Imperatore Costantino. Al tempo di Gesù in Palestina, la crocifissione era una pratica che l’Impero Romano usava per controllare le zone occupate ed riservata solo agli schiavi o agli stranieri ribelli.

La pena della crocifissione era quindi intesa più come deterrente che come espiazione, come strumento di ordine al fine di mantenere il dominio vigente. È quindi era del tutto logico che lo strumento del supplizio venisse eretto in un luogo ben esposto. I romani fecero ampio uso di questo tipo di esecuzione, basti ricordare i 6.000 schiavi ribelli che agli ordini di Spartaco avevano combattuto contro Roma e che Crasso nel 71 a.C. fece crocifiggere – nudi – lungo la via Appia da Capua a Roma. Non raramente i soldati romani arrivavano nei villaggi ribelli, catturavano alcuni abitanti e li crocefiggevano senza alcuna loro colpa, solo per monito agli altri.

Inizialmente il dominio di Roma era imposto innalzando i crocefissi, dopo Costantino innalzando il crocefisso. Uno per la salvezza di tutti, ma comunque un simbolo di morte imposto con l’inganno e proposto da quegli stessi romani che avevano inchiodato alla croce Gesù Cristo. La croce è un simbolo di violenza, di ingiustizia e di morte. Perciò Costantino non solo ci ha mentito, ma ci ha ingannato fino a farci assumere un simbolo di oppressione come simbolo di riscatto e di liberazione. È come se gli abitanti di Hiroshima, per omaggiare i morti della bomba atomica, avessero scelto la bomba atomica come simbolo della città. Così non avrebbero reso omaggio ai morti, ma recato offesa alla loro memoria.

Pertanto parlare di croce, o addirittura di “Santa Croce”, come sono dedicate alcune chiese, è come parlar di corda in casa dell’impiccato. “Santa croce” infatti è un accostamento che dovrebbe far venire i brividi, come parlar di “sante bombe”, o “santa forca”, o “santa sedia elettrica”. Sono termini inaccettabili quanto “santa croce”. Poiché non c’è niente di santo in uno strumento di morte. Puoi infiorarlo teologicamente quanto vuoi, rimane un abominio. Una vergogna per l’umanità. L’uomo o il Dio che vi muore sopra, per una missione o un ideale, una vittima che merita rispetto. Almeno non edulcoriamo uno strumento di morte chiamandolo “santo”.

“Santa Croce” è chiamata la famosa Basilica di Firenze dove sono sepolti Galileo, Michelangelo e il poeta Ugo Foscolo, e dove il 19 ottobre 2017, proprio mentre stavo concludendo questo testo, è caduto un pezzo di capitello uccidendo un turista spagnolo. Parlando di segni, bisognerebbe riflettere anche su questi. Forse Dio si è stancato di portare la croce per degli uomini sordi e testardi. Incapaci di amarsi e rispettarsi come fratelli. Incapaci di testimoniare la verità e pronti solo a nasconderla ad ogni occasione.

La croce è sempre stata una immagine utilizzata dall’Impero Romano, chiamato anche “Sacro Romano Impero” perché “sacro” è un titolo che fa sempre comodo per nascondere le malefatte del potere costituito. Quindi inizialmente è stato un simbolo romano, non cristiano. Contestualmente la Croce è scarsamente presente nell’iconografia cristiana delle origini. Inizialmente i cristiani utilizzarono solo simboli comuni alla cultura classica (es. il Buon Pastore) o criptici, come il pesce, collegato a Gesù solo dal cristogramma Ichthys, o l’ancora.

È plausibile perciò ritenere che la croce imposta come simbolo cristiano, sia stato un abile stratagemma per soggiogare a Roma i popoli conquistati tramite la nuova dottrina cristiana. Probabile inoltre che la leggenda “ In hoc signo vinces “ sia stata solo un’abile mossa di propaganda e la Chiesa truffata da un imperatore romano che ha circuito la fede dei cristiani dell’epoca fino ad oggi. O forse, dopo anni di persecuzioni, i cristiani del tempo hanno accolto favorevolmente l’offerta di far diventare il cristianesimo, religione libera e lecita dell’Impero. Soprassedendo a qualche sconveniente accostamento. La Chiesa perciò dovrebbe rivalutare il riconoscimento della santità di Costantino Imperatore, o quanto meno correggere la storia conosciuta e riconsiderare ciò che è stato uno sbaglio.

Sì, la croce come simbolo cristiano è probabilmente uno sbaglio, ma personalmente il crocefisso non mi spaventa. È qualcosa che ormai fa parte di noi e della nostra vita. E sinceramente non credo che gli islamici possano avere voce in capitolo per chiedere di rimuoverlo dalle aule delle scuole. Molte altre cose dovrebbero essere cambiate con maggior urgenza nelle nostre scuole!

Ma proviamo a riflettere come se l’Imperatore Costantino non avesse condizionato con la menzogna generazioni e generazioni di cristiani ed indotto innumerevoli artisti a pensare al crocefisso come un simbolo cristiano. Perciò riappropriamoci del vero spirito evangelico. Siano liberate le chiese da quest’aurea di morte. Fra l’altro lasciare infangare la croce di Cristo, dunque il suo sacrificio, da un assassino e bugiardo, non è stata una cosa bella. E l’affermazione del cristianesimo, non violento e pacifista, in una battaglia con migliaia di morti, doveva già da subito far capire che qualcosa non tornava. La croce che oggi incombe minacciosa sull’altare di migliaia di chiese, non è comunque da rimuovere o da nascondere. Basta collocarla al suo posto, di lato, come una tappa della vita di Gesù, non come una meta.

Ciò che caratterizza il cristiano infatti non è la minaccia dell’inferno o della sofferenza, ma l’annuncio della Buona Novella e la Risurrezione. Nonostante le tante colpe della Chiesa e degli uomini, Dio aspetta fiducioso e vigile la conversione dell’uomo. E l’uomo cerca ancora in Dio protezione e risposte alla sua vita. Per l’uomo Dio è davvero Padre e come un figlio si aspetta un’attenzione particolare ed un amore unico. Peccato che non siamo figli unici, siamo figli dello stesso Padre e dunque fratelli. Questa è la cosa difficile. Amarsi come fratelli.

Così nostro Dio Padre, dopo averci accolti, consolati e confortati, ci riconsegna nel grembo della Comunità Ecclesiastica che è madre. “Il nostro posto è là, là in mezzo a loro. L’amore che ci hai dato portiamolo nel mondo…” Gesù non vuole fare dei discepoli un elite di privilegiati che si isolino dal mondo, ma che siano lievito che fermenti la massa. Ed è così anche perché l’uomo non si può salvare da solo. L’uomo vive in un contesto comunitario dove ognuno deve sentirsi responsabile anche per gli altri.

Come in una barca: o ci si salva insieme o si muore insieme ed a tutti conviene collaborare per raggiungere la salvezza che è il porto. Non ha senso combattersi, farsi la guerra, rubarsi le cose. Perché siamo tutti sulla stessa barca ed abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. In certi frangenti potrebbe sembrarci vantaggioso approfittare della nostra posizione di forza o di potere per avvantaggiarci sugli altri. Ma se poi la barca cola a picco, non si sarà troppa soddisfazione a morire come i più ricchi del battello.

E comunque la nostra fede passa per un cammino di figli di uno stesso Padre, quindi fratelli. E non ci si può ne odiare, né combattere fra fratelli. La fratellanza si rinsalda quando possiamo sperimentare l’amore del Padre e la forza del messaggio evangelico che ci accompagna quotidianamente come una parola sempre viva ed attuale. Se non fosse così non ci sarebbero milioni di credenti solo per un fatto, per quanto straordinario, accaduto più di 2000 anni fa.

Thomas Sankara

Capitolo 4° – Promemoria: leader africano a cui fu impedito il riscatto civile del continente

Chi avrebbe potuto dare veramente una svolta diversa alla storia e un futuro migliore all’Africa, poteva essere Thomas Sankara, primo Presidente del Burkina Faso, se gli avessero permesso di continuare la sua opera. Quest’anno, il 15 ottobre 2017, è ricorso il 30esimo anniversario della sua uccisione. Personaggio non troppo conosciuto in vero, ma tanto per dare un’idea, non meno importante di  Nelson Mandela per l’intera Africa. Noi tutti dovremmo conoscere e rendere omaggio a questo leader e martire africano. Grave colpa quella di una scuola che ignora o censura la storia più recente. Ecco una presentazione della sua opera ed un estratto del coraggioso e profetico discorso all’Organizzazione dell’Unità Africana tenutasi ad Addis-Abeba nel 1987 che ne causò l’omicidio. (L’intera traduzione del discorso su www.ilmondocheiovorrei.org )

Thomas Isidore Noël Sankara (nato a Yako, Alto Volta, 21 dicembre 1949) è stato per quattro anni Presidente del Burchina Faso. Fu militare, politico e rivoluzionario burkinabè, un leader molto carismatico per tutta l’Africa Occidentale sub-sahariana.

Sankara aveva capito che il debito contratto con i Paesi del Nord era la nuova forma di colonialismo per tenere sotto scacco i PVS e non permettere loro sviluppo ed autonomia. Se a trenta anni di distanza l’Africa è ancora soffocata dal debito, offesa dalle guerre e costretta a rinunciare alle nuove generazioni che fuggono verso l’Europa in cerca di futuro, è responsabilità di chi ha voluto e vuole tenere l’Africa in schiavitù e non vuole riconoscere i suoi diritti e la sua legittima autodeterminazione.

In un discorso tenuto ad Addis Abeba, in Etiopia, all’incontro dell’Organizzazione dell’Unità Africana contro l’imperialismo ed il neocolonialismo, Thomas Sankara suggerì l’istituzione di un nuovo fronte economico africano che si potesse contrapporre a quello europeo e statunitense. Inoltre cercò di convincere gli altri capi di Stato africani a rifiutarsi di saldare i debiti con gli Stati Uniti e i paesi europei, poiché era convinto che i soldi da restituire agli altri Stati non erano da rimborsare perchè potevano essere reinvestiti in riforme sanitarie e scolastiche.

Questo insieme al tentativo di rendere il Burkina autosufficiente e libero da importazioni forzate, attirò le antipatie di Stati Uniti d’America, Francia e Inghilterra, oltre che di numerosi paesi circostanti. Questo sfociò nel colpo di Stato del 15 ottobre 1987, in cui all’età di 38 anni il giovane capitano Sankara fu assassinato dal proprio vice, Blaise Compaoré, con la complicità dei suddetti stati. L’agguato avviene ad Ouagadougu alle ore 16,30 di giovedì 15 ottobre 1987. La sessione straordinaria del Consiglio Nazionale della rivoluzione del Burkina Faso sta per avere inizio nel salone di un edificio – vetro e cemento – che si trova in un complesso nell’immediata periferia di Ouaga, come la chiamano gli abitanti della capitale. Il breve corteo di auto nere che accompagna Thomas Sankara, 38 anni, giovane presidente della Repubblica, un militare dai profondi sentimenti democratici, abbandona la strada asfaltata e s’immette su un breve tracciato di terra rossa per raggiungere la recinzione che circonda l’edificio.

Sull’auto, appena girato l’angolo, sono già puntate le armi dei suoi assassini. Dagli arbusti attorno alla costruzione viene lanciata una granata contro il corteo di Renault. Viene colpita l’auto con a bordo il presidente. A morire sul colpo sono il suo addetto stampa, Paulin Bamoumi e Frederic Ziembie, consigliere giuridico. Thomas Sankara è ferito e viene trascinato dalle guardie del corpo sotto il pergolato dell’edificio, da qui gli uomini della scorta reagiscono sparando verso i cespugli dai quali è partita la bomba. Ma si accorgono subito che non c’è scampo per nessuno.

L’edificio è circondato da gente che lancia granate verso l’edificio. Sankara trova addirittura la forza per alzarsi in piedi, ma viene letteralmente falciato da una raffica di Kalashnicov. Morirà steso a terra, in un lago di sangue, dopo più di mezz’ora d’agonia, mentre attorno il commando finisce la strage, sparando a tutto ciò che si muove. Nessuno tra quanti si sono incaricati di scrivere la storia recente del Burkina Faso ha escluso che dietro il violento colpo di Stato e l’omicidio di Sankara ci fosse la mano di Blaise Compaoré, salito al potere proprio il giorno stesso dell’uccisione del giovane presidente e rimasto in carica ininterrottamente fino al 31 ottobre 2014. Naturalmente, il “gioco” sanguinoso che lo ha portato al potere, Campaoré non lo ha gestito da solo.

Hanno dato sicuramente una mano le zone oscure dei servizi segreti di paesi ex coloniali, di nazioni confinanti e persino di criminali ricercati dalle polizie di mezzo mondo come Charles Taylor, un mercenario senza scrupoli. L’uomo che ha alimentato il conflitto civile in sierra Leone per il controllo delle miniere di diamanti, al soldo di chissà chi, e che dal 1991 al 2001 ha paralizzato il paese, provocando 50.000 morti e che è stato accusato di omicidi, stupri, amputazioni e reclutamento di bambini soldato.

Nessun altro leader africano ha più incarnato il sogno di un vero riscatto civile del continente. Sankara, nonostante sia rimasto alla guida del suo paese solo 4 anni, dal 1983 al 1987, aveva dirottato il corso degli eventi dell’intero continente. Ma, come poteva durare a lungo uno così? Sankara aveva cambiato nome al suo paese, da Alto Volta a Burkina Faso (la terra degli uomini integri) e non perdeva occasione per andare in giro a dire cose come queste: “Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. E allora, cos’è il debito se non un neocolonialismo governato dai paesi che hanno ancora pruriti imperiali? Noi africani siamo stati schiavi e adesso ci hanno ridotto a schiavi finanziari. Quindi, se ci rifiutiamo di pagare, di sicuro non costringeremo alla fame i nostri creditori. Se però paghiamo, saremo noi a morire. Quindi dobbiamo trovare la forza di dire a costoro guardandoli negli occhi che sono loro ad avere ancora debiti con noi, per le sofferenze che ci hanno inflitto e le risorse immani che ci hanno rubato”.

Il programma politico di Sankara comprendeva soprattutto il miglioramento delle condizioni delle donne. Sankara assegnò a numerose donne il ruolo di ministro e le cariche militari, cosa rara in Africa. Le incoraggiò a ribellarsi al maschilismo e a rimanere a scuola in caso di gravidanza. Abolì la poligamia e vietò l’infibulazione, pratiche ampiamente diffuse e tollerate in tutta l’Africa. Importante fu l’attenzione dedicata alla prostituzione. Sankara riteneva importante non punire o incarcerare le prostitute come accadeva in molti paesi, ma aiutarle a evadere dalla situazione di schiavitù fisica in cui si trovavano, dando loro un’occupazione vera. Si impegnò molto per eliminare la povertà attraverso il taglio degli sprechi statali e la soppressione dei privilegi delle classi agiate. Finanziò un ampio sistema di riforme sociali incentrato sulla costruzione di scuole, ospedali e case per la gente più povera della popolazione, oltre a un’importante lotta alla desertificazione con la messa a dimora di milioni di alberi nel Sahel.

Sankara si fece fautore e promotore di una totale rottura con la tradizione, che vedeva i soldati e soprattutto le cariche dell’esercito in posizione di netto vantaggio rispetto al popolo. Una delle sue prime mosse fu quella di coinvolgere le caserme nella produzione agricola e industriale. L’addestramento militare, ridotto da 18 a 12 mesi, fu implementato a funzioni lavorative che occuparono ben 3/4 del tempo totale. Ad esempio, l’ordine prevedeva inizialmente la costruzione di pollai e l’allevamento di galli e galline. Il risultato non venne solo raggiunto, ma ampiamente superato.

Questo successo economico garantì un miglioramento delle condizioni alimentari ed un rilevante abbassamento dei prezzi nel mercato della carne bianca per la popolazione civile. Ci fu anche un grande incremento della coltivazione di patate, a tal punto da raggiungere la sovrapproduzione. Per costruire dighe grazie a cui manovrare l’acqua di cui il Burkina aveva un disperato bisogno, i cantieri dovevano importare ferro e cemento dai paesi vicini, i quali però avevano cominciato a bloccarne la vendita per colpire economicamente un governo guardato male per le sue politiche liberiste e vicine al popolo. Sankara si concentrò molto in questa direzione mandando in missione informativa funzionari col compito di chiarire la posizione pacifica del paese, ma anche di informare che la persistenza di questi comportamenti sarebbe stata considerata un atto di ostilità. Uno dei principali motivi di povertà del Burkina era appunto la dipendenza da importazioni estere. E per la maggior parte si trattava di prodotti inutili o sacrificabili, che aggiungevano solo debiti su debiti. Sankara promosse dunque una campagna antimaterialista per incentivare il popolo a essere orgoglioso di ciò che aveva, senza vergognarsi di mostrare al mondo che il Burkina era un paese povero.

Il Burkina Faso fu il primo paese africano a indire i tribunali popolari, chiamati Case del popolo, con una corte presieduta da un giudice di carriera, due giudici non professionisti, un militare e quattro membri dei Comitati di difesa della rivoluzione. La gente poteva recarsi ai processi presenziando come pubblico e partecipando al dibattito. Celebre fu il processo a Saye Zerbo, ex presidente dell’Alto Volta, per appropriazione indebita. L’enorme cifra, 427 milioni di franchi, era stata misteriosamente fatta sparire dai conti statali proprio durante il suo governo. Zerbo verrà condannato a 15 anni di prigione e al rimborso dell’intera cifra mediante confisca di beni e proprietà.

Lo sforzo di far partecipare tutti i burkinabé alla rivoluzione si concretizzò permettendo loro di entrare la mattina nei locali della radio nazionale per parlare in diretta, criticare e proporre idee. Fu sviluppato un circuito di radio rurali che diffondevano programmi di alfabetizzazione e divulgazione agricola. Sankara dava grande importanza alla cooperazione internazionale, ma riteneva fosse da riformare. Criticò gli esperti di economia e i burocrati, unici veri ideatori nonché proponitori di strategie, che in cambio della consulenza agli stati si facevano pagare cifre d’oro, arrivando più volte a scontrarsi con potenze come gli Stati Uniti d’America. Quando l’ambasciatore americano “suggerì” a Sankara di non denunciare più le aggressioni in Centroamerica per evitare di inimicarsi Washington, il presidente rispose con un secco no. Durante la visita di François Mitterrand in Burkina Faso, Sankara lo accusò indirettamente, ma pubblicamente di aver permesso a un criminale come Pieter Willem Botha di aggirarsi liberamente in Francia. Questo incrinò definitivamente i rapporti, e Mitterand accentuò la sua già evidente antipatia per il giovane presidente.

Il capitano era consapevole di rischiare la vita ogni giorno a causa dei numerosi nemici che si era creato. Per questo motivo veniva protetto da strategie di copertura, come la segretezza dei suoi spostamenti o l’annunciazione del luogo delle riunioni solo due ore prima. Teneva sempre con sé tre pistole da usare in caso di pericolo e gli uomini della scorta cambiavano costantemente. I rischi erano concreti.

I risultati di quattro anni di Governo di Thomas Sankara:
• Vaccinati 2.500.000 bambini contro morbillo, febbre gialla, rosolia e tifo. L’Unicef stesso si complimentò con il governo.
• Creati Posti di salute primaria in tutti i villaggi del paese.
• Aumentati gli alfabetizzati.
• Realizzati 258 bacini d’acqua.
• Scavati 1.000 pozzi e avviate 302 trivellazioni.
• Stoccati 4 milioni di metri cubi contro 8,7 milioni di metri cubi di volume d’acqua.
• Realizzate 334 scuole, 284 dispensari-maternità, 78 farmacie, 25 magazzini di alimentazione e 3.000 alloggi.
• Creati l’Unione delle donne del Burkina (UFB), l’Unione nazionale degli anziani del Burkina (UNAB), l’Unione dei contadini del Burkina (UPB) e ovviamente i Comitati di difesa della rivoluzione (CDR), che seppur inizialmente registrarono alcuni casi di insurrezione divennero ben presto la colonna portante della vita sociale.
• Avviati programmi di trasporto pubblico (autobus).
• Combattuti il taglio abusivo degli alberi, gli incendi del sottobosco e la divagazione degli animali.
• Costruiti campi sportivi in quasi tutti i 7.000 villaggi del Burkina Faso.
• Soppressa la Capitazione e abbassate le tasse scolastiche da 10.000 a 4.000 franchi per la scuola primaria e da 85.000 a 45.000 per quella secondaria.
• Create unità e infrastrutture di trasformazione, stoccaggio e smaltimento di prodotti con una costruzione all’aeroporto per impostare un sistema di vasi comunicanti attraverso l’utilizzo di parte di residui agricoli per l’alimentazione.
Quasi tutte queste riforme, estremamente innovative per un paese africano degli anni ’80, furono annullate dal regime di Blaise Compaoré. Thomas Sankara era un uomo estremamente carismatico, come hanno raccontato molti suoi amici e collaboratori. Uomo sempre gioioso, ma al tempo stesso tenacemente determinato nel conseguimento degli obiettivi, aveva una grande umiltà. Detestava qualunque forma di ingiustizia sociale e si mosse sempre in questa direzione, esprimendo con estrema franchezza il proprio pensiero in ogni circostanza, senza mai perdere quel tocco di perspicace ironia che lo contraddistingueva e ne caratterizzava la genialità.
Frasi celebri di Thomas Sankara
• « La rivoluzione è anche vivere nell’opulenza, vivere nella felicità. Ma opulenza e felicità per tutti, non solo per qualcuno »
• « I nemici di un popolo sono coloro che lo tengono nell’ignoranza »
• « Mentre i rivoluzionari in quanto individui possono essere uccisi, nessuno può uccidere le idee »
• « Tutto ciò che l’uomo immagina, lo può creare »
• « L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che si verifica non solo nella forma brutale di chi viene a conquistare il territorio con le armi. L’imperialismo avviene spesso in modi più sottili. Un prestito, l’aiuto alimentare, il ricatto. Stiamo combattendo questo sistema che permette a un pugno di uomini di governare l’intera specie »

• « Dobbiamo decolonizzare la nostra mentalità e raggiungere la felicità nei limiti del sacrificio che siamo disposti a fare. Dobbiamo far sì che la nostra gente sia disposta ad accettarsi per come è e a non vergognarsi della sua situazione reale »
• « La rivoluzione e la liberazione delle donne vanno di pari passo. Non parliamo di emancipazione delle donne come atto di carità o ondata di compassione umana. Si tratta di una necessità alla base della rivoluzione. Le donne reggono l’altra metà del cielo »
• « La disuguaglianza può essere sconfitta attraverso la definizione di una nuova società, in cui gli uomini e le donne potranno godere di pari diritti, derivanti da uno sconvolgimento dei mezzi di produzione in tutti i rapporti sociali. Pertanto, la condizione delle donne migliorerà solo con l’eliminazione del sistema che le sfrutta »
• « Lo spirito è soffocato, per così dire, dall’ignoranza. Ma non appena l’ignoranza è distrutta, lo spirito risplende, come il sole privo di nuvole »
• « È possibile che a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano il mio cattivo esempio, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui. Nessuno potrà mai estirparli. Germoglieranno e daranno frutti. Se mi ammazzano arriveranno migliaia di nuovi Sankara! »

Ecco il sogno interrotto di Thomas Sankara. Il quadro nel quale il “Che Guevara africano” è stato eliminato era questo: da una parte, il suo coraggio, la sua vitalità rivoluzionaria nel voler cambiare volto all’Africa, il suo pragmatismo maturato nella carriera militare e la sua incerta dimestichezza con la diplomazia; ma dall’altra, la morsa invisibile degli interessi rapaci dei potentati economici internazionali che continuano a depredare il continente con la complicità di leadership locali, che gravano sull’intero continente. Si è temuto insomma che l’equilibrio post coloniale potesse essere messo in discussione, sebbene da un paese come il Burkina, che non ha mai fatto gola a nessuno, tanto assenti sono ricchezze naturali degne di nota.

Il disegno eversivo si è dimostrato comunque lungimirante, perché l’Africa è ancora lì, con i suoi Pil in crescita, qua e là, con alcuni incoraggianti segnali di crescita a macchia di leopardo. Ma il vero riscatto, quello sognato da Sankara, quello appare al momento ancora assai lontano all’orizzonte.

FINE QUARTA PARTE
Il testo completo è stato suddiviso in capitoli ed è il risultato di una ricerca durata otto mesi. Per eventuali inesattezze si rimanda ai testi originali indicati nelle fonti.

Fonti:

http://www.wikipedia.org
http://www.repubblica.it
http://www.mosaicodipace.it
http://www.unicef.it
http://www.avvenire.it
http://www.mediciperidirittiumani.org
http://www.mondoallarovescia.com
http://www.psicopolis.com
http://www.africanvoicess.wordpress.com
http://www.proteo.rdbcub.it
http://www.nigrizia.it
http://www.studiarapido.it
http://www.dirdidedolo.it
http://www.occhidellaguerra.it
http://www.reportdifesa.it
http://www.a-dif.org
http://www.reportafrica.it
http://www.africarivista.it

La schiavitù dell’esodo

Capitolo 3° –  Promemoria: noi italiani vantiamo il primato mondiale di migranti (24 milioni).

È mentalità comune che noi europei, bontà nostra, accogliamo e soccorriamo come benefattori  i migranti e profughi dell’Africa. Ma non è propriamente così. I conti vanno fatti per intero e non si possono dimenticare o annullare solo perché sono vecchi. Ed il debito morale che abbiamo accumulato verso il popolo africano è enorme, forse impagabile. Un debito enorme perchè ha portato non migliaia, ma milioni di persone ad essere schiavizzati. E se, come ci insegnano le banche ed i professori di economia, i debiti vanno pagati, noi europei dovremmo saldare (anche accettando un classico “Saldo e stralcio”), oltre al debito morale con scuse allegate, il debito economico dovuto alla schiavizzazione forzata di milioni di africani.

Un debito che ogni giorno purtroppo continua a crescere, perché ancora oggi le responsabilità di questo esodo sono tutte dell’ occidente. Perciò è un furto umano che va interrotto non chiudendo le frontiere, ma invertendo quelle scelte che sono la causa dell’esodo. Fare barriere e contrastare la migrazione dei popoli è assurdo come chiudere le porte di un edificio che sta prendendo fuoco. Perciò particolarmente i credenti devono gridare al mondo con forza: ”Libertà agli schiavi e a tutti gli esseri umani schiavizzati!” Una nuova ondata di misericordia nella vecchia Europa deve accogliere i “naufraghi dello sviluppo”. Le chiese devono aprire i loro battenti per accogliere la ‘carne di Cristo’! E sia per tutti come un nuovo e duraturo Giubileo.

L’Africa è un continente immenso, pieno di bellezze e risorse naturali, ma da tanti anni sta soffrendo molto a causa della destabilizzazione politica voluta e mantenuta dai poteri forti, dalle guerre, dal terrorismo ed infine dalle particolari condizioni climatiche. Milioni di persone in questo preciso momento stanno morendo di fame e per malattie curabili. I cittadini delle nazioni che fanno parte della martoriata regione del corno d’Africa, la più colpita dalla carestia, si spostano continuamente per cercare qualcosa da mangiare e condizioni di vita migliori e questo scatena molto spesso l’odio tra gruppi etnici che sfocia in vere e proprie guerre con migliaia di vittime civili.

Coloro che per sfuggire alla fame cercano di passare la frontiera con le nazioni confinanti spesso sono fermati e rimandati indietro e i pochi che sono accolti vengono trasportati in campi profughi in cui manca tutto e le condizioni di vita sono al limite della sopportazione umana. Nel Sud Sudan, in guerra dal dicembre 2013, scontri continui, violenze, battaglie, razzie, incendi, distruzioni, stragi hanno costretto migliaia di contadini ad abbandonare le terre e i villaggi. Si calcola che almeno 2,5 milioni di persone vivano nei campi profughi o siano fuggite oltre confine.La disperazione della popolazione in preda alla fame inevitabilmente ha fatto precipitare l’intera regione nel caos e nel disordine sociale.

Per colpa delle guerre alimentate dalle armi vendute ai Paesi africani dai Paesi ricchi, da tre anni non si fanno più le semine e quindi non ci sono raccolti: secondo gli ultimi rapporti dell’Onu, sono a rischio carestia circa 4,5 milioni di uomini e donne, in particolare i bambini e gli anziani. Ovvero: la sopravvivenza della maggioranza della popolazione dipende dagli aiuti internazionali, che però faticano ad arrivare. Il conflitto in corso intanto non concede tregua e sta assumendo sempre di più la ferocia di una pulizia etnica, con massacri mirati in base alla tribù di appartenenza. Le varie etnie si combattono tra loro per avere accesso alle pochissime risorse rimaste.  Siamo ormai arrivati al punto in cui l’acqua è diventata talmente preziosa da scatenare intensi conflitti per il controllo delle fonti.

Eppure anche per i profughi che fuggono da questo orrore, l’accesso all’Europa è tutt’altro che semplice. Anzi ora, con il nuovo accordo Italia-Libia e il programma di respingimento deciso a Malta dai capi di stato dell’Unione Europea, sarà ancora più complicato imbarcarsi per tentare di raggiungere l’Italia. E’ proprio qui il punto: anziché istituire canali umanitari per questi milioni di disperati, si costruiscono muri e si organizzano retate e voli charter per il rimpatrio forzato, anche verso realtà di crisi estrema. Prevale più che mai, in Italia e in Europa, una politica di chiusura totale, sempre più stretta, anche di fronte a una catastrofe umanitaria, in Africa, che si profila persino più grave di quella della terribile carestia del 2010/2011.

Canali umanitari di ampio respiro significa staccarsi da quella politica miope che guarda ai problemi del Paese con l’obiettivo primario di guadagnare voti alle prossime elezioni. Canali umanitari significa programmare il futuro con lo sguardo di chi pensa ad un mondo migliore, senza frontiere non solo per le merci, ma anche per le persone. Dove la diversità sia un valore e lo spostarsi come il viaggiare sia un diritto per tutti e non l’unica possibilità per la sopravvivenza. Siamo noi italiani il maggior paese migratore. Impariamo ora ad accogliere e ad integrare lo straniero affinchè non si senta più straniero. Quando si sentirà integrato sarà una risorsa che ci permetterà di crescere come economia e come civiltà.

Accogliamo e integriamo. Quanto manca all’Italia per essere un Paese migliore! Possono aiutarci ed esserci di sprono gli immigrati. Prima di tutto basta con il ricatto disumano della clandestinità. Nessuno è clandestino, tutti ospiti di un’unica terra, da amare e da rispettare. Clandestini sono piuttosto coloro che non rispettano la terra, l’ambiente, la comunità di persone ed ogni individuo. Ovvero chi delinque. Tutti coloro che sono incensurati debbono avere subito tutti i documenti necessari all’accesso al lavoro, casa, sanità, scuola, servizi sociali, ecc. Se l’Italia è un Paese con tanti limiti, con tante carenze, quelle di cui tutti si lamentano, vuol dire che il lavoro non manca. Mancano semmai i soldi per retribuire i lavoratori. Ottimizziamo allora i pochi strumenti di cui possiamo disporre. Creiamo un “lavoro sociale” retribuito con buoni locali per pagare i servizi come affitto, utenze, trasporti, sanità e istruzione.

Ma invece che costruire opportunità, preferiamo trovare un colpevole da accusare. Così ci sentiamo rassicurati ed impegnati a dargli addosso ad ogni occasione. Ma non si risolvono così i problemi. Prima i colpevoli di turno erano gli scafisti, poi è toccato alle ONG, domani il colpevole sarà qualcun altro. Ma state certi che arriverà anche il giorno in cui colpevolizzeranno anche noi, e ben ci starà.

Il tema che si ripete quotidianamente su tutti i giornali e telegiornali è: “guerra agli scafisti che lucrano sulla disperazione dei migranti”. Indubbio che gli scafisti sono spesso delinquenti senza cuore. Ma se un viaggio dalla Nigeria a Palermo costa appena 450 euro, è responsabilità degli scafisti se agli africani incensurati, sani, giovani, istruiti e di buone speranze, è negato un accesso regolare? Togliere di mezzo gli scafisti è questione di scelte politiche. Abbiamo 7.000 militari italiani in 30 missioni internazionali. E normalmente non stiamo permanentemente su navi o aerei. Stiamo sulla terra ferma. Perché non possiamo mettere piede in nord Africa con una missione umanitaria. Programmando una seria collaborazione con le ONG più sensibili ed impegnate a soccorrere e tutelare i diritti umani dei migranti. Perché non possiamo appoggiarci alla Tunisia che è il Paese più vicino all’Italia. Con la Tunisia non dovrebbe essere difficile trovare un accordo, piuttosto che nel caos libico. Comunque sempre meglio anche in Libia, che in mezzo al Mar Mediterraneo. Non programmare questo significa sperare che piuttosto che in Italia, i migranti finiscano in fondo al mare. Ognuno di noi, secondo quanto averebbe potuto fare, per ogni vittima innocente, ne porterà per sempre il peso e la responsabilità.

Intanto l’unico orgoglio umano che possiamo vantare è quello del servizio di soccorso delle 14 navi delle ONG che salvano da morte certa, migliaia e migliaia di migranti nel mediterraneo. ONG che invece di essere supportate e stimate, sono sotto accusa per presunti contatti con scafisti. Ma che crimine è parlare con gli scafisti? Immaginiamo la telefonata fra una ONG e gli scafisti: “Pronto, sono uno scafista, abbiamo centocinquanta persone in difficoltà su un gommone…” La ONG: “Ci spiace, ma non possiamo parlare con gli scafisti. Non insistete, sappiamo benissimo che se non interveniamo potrebbero finire tutti ammare. Ma così sono le regole. Si, si, lo sappiamo che sono regole sbagliate, ma che ci possiamo fare noi. Non siamo noi a fare le regole. Noi dobbiamo starci dentro, e voi ne siete fuori. E non richiamate più a questo numero, grazie…”

Se c’è un fatto che non è criminoso, non lo diventa solo perché addebitabile ad un gruppo criminale. Se un noto criminale va in farmacia a comprare una medicina, il farmacista non può rifiutarsi di servirlo adducendo la scusa: “Non posso avere rapporti commerciali con un criminale.” È il fatto che non è criminoso, non la persona. Così il parlare con degli scafisti per soccorrere un barcone in difficoltà, non significa intrattenere rapporti con gli scafisti e quindi spartirsi eventuali utili. Se questo accadesse è tutto da provare. Anzi, ben vengano le telefonate fra ONG e scafisti quando servono strettamente per segnalare la posizione di un barcone in difficoltà e poter salvare un gruppo di persone da morte certa. Senza se e senza ma. Criticabile semmai è l’atteggiamento del Governo italiano che, pressato dalle opposizioni e da una opinione pubblica allarmata e spaventata da un’informazione smemorata e sostanzialmente carente, fa le pulci alle ONG e fa accordi regalando motovedette ad un Governo libico che incarcera e tortura i migranti solo per la colpa di voler scappare da guerre e miseria.

Ibrahim ha vent’anni ed è fuggito dal Mali a causa della guerra interna. Questa è la sua storia. Viene sequestrato da un gruppo armato per essere reclutato come combattente. Poiché rifiuta di imbracciare le armi viene sottoposto ad innumerevoli violenze e torture. Subisce anche l’amputazione del dito di una mano. Al momento della fuga viene colpito di striscio da due pallottole. Ibrahim raggiunge poi la Libia attraverso il Niger e il deserto del Tenerè, la via dell’inferno gestita dai trafficanti. In Libia lavora per qualche tempo senza essere pagato e successivamente viene arrestato e rinchiuso per 5 mesi in un carcere spaventosamente sovraffollato. Viene percosso quotidianamente e subisce violenza sessuale. Viene privato di cibo e acqua e vede vari compagni di cella morire di stenti. Riesce infine a fuggire e ad imbarcarsi per l’Italia.

Il viaggio attraverso il Mediterraneo è drammatico, il barcone è sovraccarico di persone e coloro che rimangono sotto muoiono schiacciati dal peso degli altri. All’arrivo in Italia, nell’hotspot di Pozzallo, viene sottoposto ad interrogatorio da parte della polizia che è alla ricerca degli scafisti. Effettua richiesta d’asilo e viene poi trasferito in un centro di accoglienza alla periferia di Roma. All’ingresso viene sottoposto ad una veloce visita medica. Dopo qualche tempo le ferite delle molteplici violenze subite si rimarginano lasciando delle cicatrici ben visibili. Persistono però i dolori, in particolare una cefalea persistente e dei dolori lombari in prossimità delle parti in cui veniva percosso in Libia.

Durante il giorno rimane spesso in uno stato di stordimento salvo poi allarmarsi e manifestare reazioni spropositate per situazioni insignificanti come lo sbattere di una porta. Nel centro viene visto come un soggetto difficile che già, in varie occasioni, si è scontrato verbalmente con altri ospiti e con gli operatori. Una sera Ibrahim esplode in una vera e propria crisi probabilmente provocata dal volume della radio troppo alto tenuto da altri ospiti del centro. Urla, getta a terra un computer. Spacca un vetro con un pugno ferendosi la mano. Viene portato al pronto soccorso e poiché i medici percepiscono intenzioni suicidarie, viene ricoverato nel reparto psichiatrico. Viene somministrata una terapia farmacologica sedante e il ragazzo viene dimesso dopo una decina di giorni.

L’arrivo in Italia di un crescente numero di migranti forzati, molti dei quali vittime di violenza o tortura nei paesi di origine o di transito, rende sempre più urgente garantire un efficiente sistema di accoglienza e un’adeguata assistenza medico-psicologica. Lo scorso anno sono stati 181mila i migranti sbarcati in Sicilia e nelle altre regioni dell’Italia del Sud, il numero più alto mai registrato. I morti e i dispersi nella traversata sono stati più di 4.500. La gran parte proviene dall’inferno dalla Libia e in misura minore, spesso in condizioni altrettanto drammatiche, dall’Egitto. E’ questa la vicenda umana che forse più sta segnando il nostro tempo e le cui conseguenze si riflettono sulla salute fisica e mentale di un’intera generazione di giovani africani; un viaggio in cui, come ha detto un testimone, “non sei più un essere umano”.

Se infatti tantissimi giovani dimostrano un’incredibile capacità di reazione ad un fardello di esperienze limite che, in molti casi, sfugge alla nostra stessa capacità di comprensione, è parimenti vero che molti di essi riportano una devastante lacerazione nel fisico e nell’anima. Questo comporta spesso un percorso terapeutico che sarebbe possibile evitare con adeguate strategie di prevenzione e di cura. Anche in assenza di esiti così gravi, la sofferenza psichica rappresenta in ogni caso un potente ostacolo ad ogni percorso di integrazione.

Integrazione che sembra essere l’ultima preoccupazione dei nostri politici che continuano ad ignorare il calvario quotidiano a cui sono costretti tutti gli immigrati dalla nostra ingegnosa burocrazia italiana. Anche quelli di lungo soggiorno, parzialmente integrati e con figli nati in Italia, pur essendo giovani, si ritrovano senza lavoro ai margini della società. Politici preoccupati solo di fermare il flusso senza curarsi a quale prezzo. Politici che non si fanno scrupolo di legittimare una marina libica che addirittura spara sui barconi di migranti, alle navi delle ONG e che pare coinvolta nella vendita dei migranti come schiavi a gruppi di trafficanti.

C’è anche la rediviva Guardia costiera libica nel mirino della Corte penale internazionale dell’Aja. L’ufficio del procuratore internazionale sta acquisendo documenti, filmati, testimonianze, rapporti d’intelligence che accusano i guardacoste di Tripoli, recentemente riforniti da mezzi navali italiani, di «crimini contro l’umanità». L’ultimo episodio acquisito nel fascicolo d’indagine è di giugno 2017, quando un pattugliatore libico aprì il fuoco, ad altezza d’uomo, contro un vecchio peschereccio carico di migranti. Nel corso della sparatoria, il natante della Guardia costiera di Tripoli, tentò di speronare la nave di una organizzazione umanitaria tedesca intervenuta per soccorrere i migranti.

C’è infatti il sospetto che marinai libici siano al soldo dei trafficanti di uomini e che, a vario titolo, siano parte della filiera delle deportazioni. I migranti “soccorsi” dai guardacoste vengono spesso riportati a terra e rinchiusi nei centri governativi all’interno dei quali si svolgono aste per la vendita dei malcapitati al mercato degli schiavi: bambini compresi. Notizie che arrivano proprio quando l’Europa si appresta a varare nuovi stanziamenti. Ad accusare le autorità libiche c’è anche uno studio del Goldsmiths College, autorevole dipartimento dell’Università di Londra, che ha condotto una ricerca secondo la quale le pratiche degli scafisti, e il conseguente aumento delle tariffe della traversata per i migranti, verrebbero influenzati proprio dai sempre più numerosi «interventi» della Guardia Costiera Libica, «i cui metodi violenti hanno portato, in alcune occasioni, al ribaltamento di barche, mettendo in pericolo la vita delle persone a bordo». Niente a che vedere con la volontà di salvare i migranti.

E guai se intorno ci sono testimoni scomodi. Lo sa bene la Guardia Costiera italiana: il 23 maggio scorso, in acque internazionali, contro la motovedetta italiana CP 288 è stata sparata almeno una raffica di mitra partita da una nave militare libica. Ufficialmente, si era trattato di un errore: i libici scambiarono gli italiani per dei trafficanti. Una spiegazione che nessuno ha bevuto sul serio. Anche perché nelle stesse ore, durante un intervento nel Mediterraneo, la Guardia costiera libica si era avvicinata a dei barconi in difficoltà. Anziché procedere ai soccorsi, l’equipaggio aveva minacciato i migranti, non prima di aver sparato colpi in aria scatenando il panico. L’episodio è stato denunciato e documentato con foto e filmati dalle ONG Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée. A causa del panico seminato dagli spari «oltre 60 persone – si legge in una nota acquisita dalla procura dell’Aja – sono finite in mare».

In quasi tutti i Paesi del corno d’Africa l’instabilità politica e una grande corruzione sono alla base di molti disordini sociali e proteste che vengono ogni volta represse in modo molto brutale dai rispettivi governi. Governi instabili e corrotti che non pensano al benessere della popolazione, ma solo al loro tornaconto personale. Così molti sono costretti ad abbandonare tutto per cercare una vita migliore in Europa. Tutto questo, unito alla carestia che sta flagellando la regione, aggrava anche il fenomeno migratorio perché aumenta sempre di più il numero di coloro che decidono di partire per lasciarsi alle spalle una vita di stenti e violenza.

L’aumento dei flussi migratori ha effetti a cascata anche in Occidente tra centri di accoglienza ormai al collasso e una difficilissima identificazione di coloro che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste in cerca di fortuna. Il problema di come accogliere i profughi della carestia è enorme e gli sforzi dei governi dei Paesi industrializzati e delle organizzazioni non governative non bastano più ad arginare il fenomeno. Gli accordi stipulati con i Paesi del nord Africa da alcuni governi occidentali nel tentativo di contenere il fenomeno si sono rivelati inutili perché questi Paesi servono solo come imbarco per la traversata verso l’Europa e non sono i luoghi in cui ha davvero origine il fenomeno.

Per capire come e perché tante persone decidono di emigrare, infatti bisogna andare proprio nei Paesi del corno d’Africa in cui la carestia ha avuto inizio e continua tuttora. Nei casi di Somalia e Nigeria la carestia ha un ruolo di primo piano anche nell’espandersi di organizzazioni come Boko Haram e Al Shabaab legate al terrorismo internazionale e ritenute responsabili di crimini violenti e atrocità nei confronti di donne e bambini. Giovani affamati che non hanno niente da perdere e vedono il futuro come un enorme buco nero, facilmente cadono preda degli islamisti che, o li costringono a forza sequestrandoli ancora minorenni alla loro famiglia, o li convincono a diventare jihadisti con false promesse di una vita migliore.

La carestia (ma anche i piani di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del FMI) ha tolto a questi giovani anche la possibilità di andare a scuola e ricevere una educazione appropriata. Secondo le Nazioni Unite nelle zone dove la fame è più intensa le scuole chiuse sono centinaia, 600 nella sola Etiopia, e dove non arriva l’educazione, arrivano però gli insegnamenti sbagliati degli islamisti. In preda alla disperazione la rabbia e l’aggressività dei giovani viene incanalata sulla strada sbagliata del terrorismo con nefaste conseguenze non solo per le vittime dei loro crimini orrendi, ma anche per loro stessi che si trovano con la vita distrutta.

Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme per la situazione disastrosa che si sta creando nella regione del corno d’Africa e in Yemen: la penuria di cibo sta peggiorando e questo crea disordini e conflitti anche violenti che sfociano in migrazioni di massa e terrorismo internazionale e mettono così a rischio non solo le regioni interessate, ma tutto il mondo.

FINE TERZA PARTE
Il testo completo è stato suddiviso in più parti ed è il risultato di una ricerca durata otto mesi. Per eventuali inesattezze si rimanda ai testi originali indicati nelle fonti.

Fonti:

http://www.wikipedia.org
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http://www.a-dif.org
http://www.reportafrica.it
http://www.africarivista.it
http://www.lindro.it

La schiavitù del debito

Capitolo 2° – Promemoria: il debito è già stato ripagato

Il problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo (PVS) esplose durante gli anni ’70 in corrispondenza del primo shock petrolifero, quando i Paesi produttori di petrolio (OPEC) quadruplicarono repentinamente il prezzo del petrolio. La brusca impennata dei prezzi del petrolio portò nelle casse dei paesi produttori un’ingente quantità di valuta. Finanziati i progetti d’investimento interni, questi paesi offrirono i cosiddetti “petrodollari” sul mercato internazionale. La grande massa finanziaria così disponibile fece scendere i tassi d’interesse e venne raccolta dalle banche commerciali internazionali che la offrirono soprattutto ai paesi del sud del mondo. Tassi così bassi rendevano infatti particolarmente vantaggioso il finanziamento di programmi d’investimento industriale. I PVS divennero così un naturale obiettivo di collocazione dell’offerta finanziaria.

Così negli anni 70 e 80 vennero finanziati nei paesi sottosviluppati, colossali progetti come megadighe, impianti industriali e fonderie alimentate col carbone proveniente dalle foreste. Ciò comportò un pesantissimo indebitamento dei PVS. Ma quando i debiti arrivarono alla scadenza, ai danni economici derivanti dalle condizioni capestro che erano state accettate al momento della stipula dei contratti di credito, si sommarono a quelli ambientali. Quando un paese è sottoposto ad una politica del “tutto esportazione”, bisogna vendere le risorse naturali, comprese le foreste tropicali. I suoli vengono forzati a colture commerciabili e di conseguenza, vengono a mancare le risorse alimentari necessarie alla sussistenza della popolazione locale.

Nel 1979 si verifica il secondo shock petrolifero: i prezzi del greggio aumentarono nuovamente di oltre cinque volte. Questa volta USA e Regno Unito per contenere l’inflazione aumentarono unilateralmente il tasso di interesse fino al 30%. A fronte di questo aumento, i prezzi delle materie prime rimasero in un primo momento costanti, ma la recessione che colpiva i paesi industrializzati portò a ridurre la domanda e di conseguenza anche i prezzi delle materie prime scesero. Intanto anche le altre banche adeguarono repentinamente i tassi di interesse, generando una dinamica surreale, perché l’interesse che i PVS avevano da pagare in tre anni equivaleva ormai all’intero prestito iniziale.

Così il peggioramento delle ragioni di scambio rese quindi le esportazioni dei PVS del tutto insufficienti a pagare sia le importazioni, sia il servizio del debito. Inoltre obiettivo delle politiche americane, dal 1979 in poi, fu la rivalutazione del dollaro. Gli alti tassi d’interesse ottennero l’apprezzamento del dollaro rispetto a tutte le altre monete, anche quelle forti. Così mentre rispetto al marco tedesco e al franco svizzero, il dollaro raddoppiò il suo valore, rispetto alla lira italiana, il dollaro addirittura quadruplicò il suo valore, passando da circa 600 lire alle 2.200 lire per un dollaro. L’impatto di questa dinamica sul peso del debito estero dei paesi del Terzo mondo fu terribile. I contratti erano siglati in dollari e in brevissimo tempo i debitori si trovarono a dover restituire importi moltiplicati numerose volte in base al cambio sfavorevole. Se un paese era esposto per 100 miliardi in moneta locale, con la svalutazione rispetto al dollaro si trovò nello spazio di un paio d’anni ad essere esposto per lo stesso ammontare di dollari, per 500 o per 1000 miliardi di valuta locale. Nessuno poteva resistere ad un impatto di questo tipo.

Nell’estate del 1982, dopo vari tentennamenti, il Messico dichiarò l’impossibilità di pagare il servizio del debito. A ruota altri governi dell’America latina si dichiarano insolventi e scoppia la crisi del debito internazionale. Se le banche commerciali avessero portato a perdita i crediti inesigibili, avrebbero creato una crisi senza precedenti nel mercato finanziario dei paesi del Nord, soprattutto per la mancanza di fiducia che avrebbero determinato, più che per l’ammontare delle cifre di esposizione. Si determinò così un’attenzione politica alla crisi del 1982 che non si era verificata in occasione delle crisi precedenti.

I governi del Nord sollecitarono le istituzioni finanziarie internazionali, Banca Mondiale e FMI ad intervenire per dare indicazioni super partes a debitori e creditori. Vennero così definiti accordi di riscadenzamento del debito, nei quali erano compresi nuovi tempi di restituzione, nuovi prestiti per superare la fase di crisi e provvedimenti di politica economica di ispirazione liberista che il governo debitore si impegnava a mettere in atto. Nascevano i Piani di Aggiustamento Strutturale. Gli aggiustamenti strutturali spesso avevano conseguenze pesantissime a livello umano: per ridurre il deficit dei PVS si procedeva con tagli alla spesa pubblica, ma spesso la scure si abbatteva sui finanziamenti destinati alla sanità o all’istruzione, due cardini fondamentali per lo sviluppo di un paese. Di fatto così, dal 1982 i prestiti ai PVS si contraggono bruscamente e inizia una fase lunghissima nella quale i flussi netti tra Nord e Sud vedono un trasferimento massiccio di risorse finanziarie dai paesi debitori ai creditori.

Infine, a completare il disastro economico, c’era e c’è tutt’ora, un numero elevato di conflitti armati che nel terzo mondo va crescendo. La spesa militare, è promossa dai governi dei PVS per sentirsi più sicuri, ma soprattutto per difendersi dal proprio popolo, che, sfruttato e affamato, tende a diventare “riottoso”. Una ricerca dell’istituto SIPRI di Stoccolma ha calcolato che il 20% del debito dei PVS non produttori di petrolio è direttamente attribuibile alla spesa per armamenti. Nel giugno del ‘99, in occasione della riunione dei primi ministri dei paesi più industrializzati, numerose associazioni presentarono una petizione di 17 milioni di firme per l’annullamento del debito del Terzo mondo. Non potendo ignorare la pressione della società civile, i rappresentanti delle potenze industriali annunciarono una manovra da 70 miliardi di dollari che, a loro dire, avrebbe dovuto annullare il 90% dei debiti dei paesi poveri. Ma le cose stavano davvero così?

In realtà i 70 miliardi di dollari di cancellazione da parte dei G7 rappresentavano solo il 3% del debito dei paesi del Terzo Mondo. In sostanza l’iniziativa non è costata niente ai paesi ricchi che hanno rinunciato a debiti che in realtà i poveri non avrebbero mai potuto pagare. Questa iniziativa non ha impedito che i paesi poveri continuassero a pagare per il debito più di quanto non investissero in sanità ed istruzione, mentre nei pochi casi in cui il debito e’ stato cancellato, la spesa per salute e istruzione e’ piu’ che raddoppiata. Di fatto il Sud ha già restituito completamente il proprio debito estero nei confronti del Nord. Dal 1980 al 2006, i Paesi in Via di Sviluppo (PVS) e le nuove economie di mercato emergenti, su un debito capitale di 617,8 miliardi di dollari americani, grazie agli aumenti unilaterali dei tassi di interesse della Federal Reserve, hanno pagato per il servizio del debito esterno, un ammontare cumulativo di US$ 7673,7 miliardi. In pratica l’ammontare del dovuto, in capitale ed interessi, è stato ripagato più di 12 volte. Nonostante questo i PVS ancora sopportano un peso del debito estero cinque volte maggiore dell’intero debito capitale.

Al meeting del WTO di Cancún, nel settembre del 2003, per la prima volta la maggioranza delle nazioni ha sperimentato la forza dell’azione collettiva. Osservando che dopo 55 anni il WTO non e’ riuscita a produrre un mondo giusto, tali nazioni possono portare al collasso l’economia mondiale. Ovvero il Primo Mondo ha infilato la testa in un cappio. Se una persona e’ in debito con una banca di 10.000 dollari quest’ultima la tiene in pugno, ma se gli deve 10 miliardi di dollari, e’ la persona a tenere in pugno la banca.
Il Terzo Mondo, avendo un debito estero di 2.500 miliardi di dollari, tiene in pugno l’economia mondiale. Bisogna solo rendersene conto ed agire collettivamente. Perciò i Paesi del Terzo Mondo, se si coordinano in una azione comune, potrebbero esigere l’immediata e totale cancellazione del debito e la creazione di un nuovo ordine mondiale, basato sulla tutela dell’ambiente e sulla giustizia sociale.

Purtroppo per il momento una azione determinata ed unitaria di tutti i Paesi del Terzo Mondo, non è ancora pronta. Per giunta, preoccupate del crescente rischio d’insolvenza dei loro crediti, le banche dopo aver tratto tutto il profitto possibile dai prestiti concessi, decidono che è giunta l’ora di sbarazzarsi di questi crediti. Una trovata ingegnosa è stata quella di trattare i prestiti come se si trattasse di una merce qualsiasi da vendere sul mercato dell’usato. Il “Debt for Equity Swap” (Debito contro quote di capitale) permetteva alle banche di liberarsi del problema di recupero crediti, rivendendoli con uno sconto che variava dal 50 all’85% a seconda delle condizioni economiche del paese debitore. E così mentre la banca si liberava di una parte dei suoi crediti in sofferenza (dopo che le avevano fruttato molte volte il loro valore tra restituzioni ed interessi), un’impresa straniera acquisiva a prezzi scontatissimi quote di aziende pubbliche d’importanza strategica che il Paese indebitato era costretto a cedere per poter ridurre anche di poco la pressione delle banche private creditrici.

Esempio:
1) il valore nominale del debito che la banca vende è 1 miliardo di dollari
2) Questo stesso debito la banca lo vende a 300 milioni di dollari
3) L’impresa, nuova titolare del debito, acquisisce quote d’imprese pubbliche del paese (telefono, acqua, ecc.) per l’equivalente di 1 miliardo di dollari.
E così la multinazionale o il detentore di cospicui fondi depositati all’estero (spesso illegalmente) si ritrovano proprietari di strutture produttive del valore di 1 miliardo di dollari in moneta locale a fronte di un investimento di soli 300 milioni di dollari: guadagno della sola operazione finanziaria: 700 milioni di dollari.

Secondo Susan George, tra i primi ad occuparsi di questa problematica, si tratta di una guerra, non in senso metaforico, ma in termini letterali. A sostegno della sua tesi cita Machiavelli che dice: “Gli Stati possono essere tenuti dai conquistatori in tre modi: il primo è distruggerli, il secondo è tenerli personalmente in soggezione, il terzo è lasciarli continuare a vivere con le proprie leggi assoggettandoli ad un regolare tributo e istaurando un governo minoritario che assicurerà i buoni rapporti col conquistatore”. Secondo la George è stata scelta questa terza via. “La guerra è un atto di violenza il cui scopo è di costringere l’avversario a fare la nostra volontà”. Infatti il cosiddetto debito nella maggior parte dei casi non è stato contratto da organismi democraticamente eletti nei Paesi del Sud e non è andato a beneficio delle rispettive popolazioni. È stato invece richiesto da regimi dittatoriali, instauratisi con l’appoggio o col consenso dei Paesi leader del Primo Mondo.

Col debito si possono praticamente raggiungere tutti gli obiettivi della guerra classica, salvo l’occupazione dei territori, che oggi interessa poco. Nel Nord, da una parte noi otteniamo le materie prime a prezzi bassissimi, i più bassi che ci siano stati dal 1930, dall’altra rileviamo anche a bassissimo prezzo da questi paesi delle imprese con il meccanismo del “debito contro capitale”. Quel che è peggio è che questo tipo di guerra si consuma nel più grande silenzio.

Il debito non è più un diritto quando il debito uccide. Su un miliardo di persone che vivono nei paesi più poveri altamente indebitati, pesa un debito di 354 miliardi di dollari. Ma cosa significa in concreto per un africano avere sulle spalle un debito estero pari a 347 dollari già al momento della nascita? Bastino alcuni esempi: in Uganda il governo spende annualmente solo 3 dollari a persona per la sanità, ma ben 20-30 dollari per ripagare il debito ai creditori. In Mozambico il 33% della spesa pubblica serve a pagare il debito estero, mentre solo il 7,9% è destinato all’istruzione. In molti paesi africani l’alimentazione dipende dalle importazioni per il 30-40%, non esiste più l’agricoltura rudimentale di un tempo, che prima garantiva la sussistenza. Nelle zone agricole sono spariti i piccoli appezzamenti dei contadini, domina il latifondo, spesso coltivato a un unico prodotto, quello richiesto dal mercato. I soldi in valuta pregiata, ottenuti dalle esportazioni, servono a pagare il debito. Se la richiesta del prodotto improvvisamente crolla, il paese precipita nel baratro.

Di fronte all’enorme debito estero che strozza i paesi poveri si impone una domanda: davvero le ragioni dell’economia mondiale hanno ormai preso il sopravvento, condannando milioni di persone alla fame, alla malattia, al sottosviluppo? Sembrerà strano, ma le sole ragioni economiche non spiegano tutto. Il caso dello Zimbabwe è eloquente. Negli anni ’80, il paese aveva richiesto una serie di prestiti, per un totale di 646 milioni di dollari, per lo più contratti con la Banca mondiale. Con una oculata gestione dei fondi lo Zibabwe era riuscito a dare impulso alla propria economia.

Aveva adottato misure di protezione delle proprie industrie, era auto-sufficiente dal punto di vista alimentare, era persino riuscito a diversificare la produzione per le esportazioni e a piazzare i propri vini sul mercato europeo. Nel contempo aveva adottato un controllo degli scambi e fissato un elevato livello di spesa pubblica a favore dell’ istruzione e della sanità. Il risultato di questa politica economica aveva consentito allo Zimbabwe di pagare puntualmente i creditori, senza mai chiedere dilazioni, cosa assai rara nei paesi in via di sviluppo. Ciò gli aveva consentito di evitare i programmi di aggiustamento strutturale della propria economia che gli enti finanziatori chiedono a garanzia del debito.

La capacità dello Zimbabwe di onorare i debiti invece di rallegrare la Banca Mondiale, l’aveva messa in profondo imbarazzo tanto da congelare un ulteriore prestito richiesto dal paese. Nel 1991, la necessità di nuovi capitali costrinse lo Zimbabwe ad accettare il solito pacchetto economico liberista. Conseguentemente il debito è aumentato e uno dei migliori sistemi sanitari africani è stato smantellato. La disoccupazione ha raggiunto il 45% della popolazione attiva e molte donne sono state costrette alla prostituzione per mantenere i loro figli.

Il caso limite dello Zimbabwe insegna che ai creditori internazionali non interessa tanto riavere i soldi, che se messi a confronto con i flussi di denaro dell’economia mondiale sono un’inezia, quanto mantenere una forma di dominio e predominio sui paesi indebitati. Si tratta di una politica internazionale tendente ad assoggettare i Paesi poveri al proprio controllo. Il debito permette al Fondo Monetario Internazionale (FMI) di imporre aggiustamenti strutturali che obbligano gli Stati debitori ad aprire i loro mercati. Questo inevitabilmente fa calare i salari e crollare i prezzi delle materie prime. Conseguentemente aumenta i profitti delle multinazionali occidentali e riduce al tempo stesso il reddito dei Paesi non industrializzati.

Purtroppo di fronte all’esigenza di modernizzazione dei PVS si misero in atto veri modelli di malsviluppo. In molti casi venne dimenticato l’obiettivo di autonomia alimentare, generando gravissime difficoltà per le popolazioni più povere. Sono purtroppo numerosi gli esempi di progetti faraonici che hanno comportato ingenti spese per i governi, senza offrire in cambio un reale beneficio. La comunità del Nord ha spesso spinto i paesi debitori a trasformare la loro economia affinchè fosse trainata dalle esportazioni e si concordavano finanziamenti solo a patto che si mutasse in questo senso l’apparato produttivo del paese. I PVS furono così forzati a modificare le loro colture rinunciando all’autonomia alimentare, per produrre beni esportabili. Qui occorre sottolineare che l’onere sul debito dei paesi del sud è aumentato anche a causa della spinta a realizzare investimenti industriali che non si sono rivelati produttivi, rinunciando ad attività che garantivano però la soddisfazione di bisogni primari.

Chi avrebbe potuto dare veramente una svolta diversa alla storia ed un futuro migliore all’Africa, è stato il primo presidente del Burkina Faso. Ma Thomas Sankara venne assassinato assieme alla sua scorta il 15 ottobre di 30 anni fa. Nessun altro leader africano ha più incarnato il sogno di un vero riscatto civile del continente. Nel 30° anniversario della sua uccisione, vale la pena ricordare chi è stato Thomas Sankara e quanto la sua scomparsa abbia pesantemente inciso sui ritardi nella crescita civile, democratica ed economica dell’intero continente africano.

L’agguato avviene ad Ouagadougu alle ore 16,30 di giovedì 15 ottobre 1987. La sessione straordinaria del Consiglio Nazionale della rivoluzione del Burkina Faso sta per avere inizio nel salone di un edificio – vetro e cemento – che si trova in un complesso nell’immediata periferia di Ouaga, come la chiamano gli abitanti della capitale. Il breve corteo di auto nere che accompagna Thomas Sankara, 38 anni, giovane presidente della Repubblica, un militare dai profondi sentimenti democratici, abbandona la strada asfaltata e s’immette su un breve tracciato di terra rossa per raggiungere la recinzione che circonda l’edificio. Sull’auto, appena girato l’angolo, sono già puntate le armi dei suoi assassini. Dagli arbusti attorno alla costruzione viene lanciata una granata contro il corteo di Renault. Viene colpita l’auto con a bordo il presidente. A morire sul colpo sono il suo addetto stampa, Paulin Bamoumi e Frederic Ziembie, consigliere giuridico. Thomas Sankara è ferito e viene trascinato dalle guardie del corpo sotto il pergolato dell’edificio, da qui gli uomini della scorta reagiscono sparando verso i cespugli dai quali è partita la bomba. Ma si accorgono subito che non c’è scampo per nessuno.

L’edificio è circondato da gente che lancia granate verso l’edificio. Sankara trova addirittura la forza per alzarsi in piedi, ma viene letteralmente falciato da una raffica di Kalashnicov. Morirà steso a terra, in un lago di sangue, dopo più di mezz’ora d’agonia, mentre attorno il commando finisce la strage, sparando a tutto ciò che si muove. Nessuno tra quanti si sono incaricati di scrivere la storia recente del Burkina Faso ha escluso che dietro il violento colpo di Stato e l’omicidio di Sankara ci fosse la mano di Blaise Compaoré, salito al potere proprio il giorno stesso dell’uccisione del giovane presidente e rimasto in carica ininterrottamente fino al 31 ottobre 2014. Naturalmente, il “gioco” sanguinoso che lo ha portato al potere, Campaoré non lo ha gestito da solo.
Hanno dato sicuramente una mano le zone oscure dei servizi segreti di paesi ex coloniali, di nazioni confinanti e persino di criminali ricercati dalle polizie di mezzo mondo come Charles Taylor, un mercenario senza scrupoli. L’uomo che ha alimentato il conflitto civile in sierra Leone per il controllo delle miniere di diamanti, al soldo di chissà chi, e che dal 1991 al 2001 ha paralizzato il paese, provocando 50.000 morti e che è stato accusato di omicidi, stupri, amputazioni e reclutamento di bambini soldato.

La storia recente dell’Africa ha nella morte di Sankara, nonostante sia rimasto alla guida del suo paese solo 4 anni, dal 1983 al 1987, il punto di svolta, il momento in cui è stato dirottato il corso degli eventi dell’intero continente. Del resto, come poteva durare a lungo uno così? Sankara aveva cambiato nome al suo paese, da Alto Volta a Burkina Faso (la terra degli uomini integri) e non perdeva occasione per andare in giro a dire cose come queste: “Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. E allora, cos’è il debito se non un neocolonialismo governato dai paesi che hanno ancora pruriti imperiali? Noi africani siamo stati schiavi e adesso ci hanno ridotto a schiavi finanziari. Quindi, se ci rifiutiamo di pagare, di sicuro non costringeremo alla fame i nostri creditori. Se però paghiamo, saremo noi a morire. Quindi dobbiamo trovare la forza di dire a costoro guardandoli negli occhi che sono loro ad avere ancora debiti con noi, per le sofferenze che ci hanno inflitto e le risorse immani che ci hanno rubato”.

Ecco il sogno interrotto di Thomas Sankara. Il quadro nel quale il “Che Guevara africano” è stato eliminato era questo: da una parte, il suo coraggio, la sua vitalità rivoluzionaria nel voler cambiare volto all’Africa, il suo pragmatismo maturato nella carriera militare e la sua incerta dimestichezza con la diplomazia; ma dall’altra, la morsa invisibile degli interessi rapaci dei potentati economici internazionali che continuano a depredare il continente con la complicità di leadership locali, che gravano sull’intero continente. Si è temuto insomma che l’equilibrio post coloniale potesse essere messo in discussione, sebbene da un paese come il Burkina, che non ha mai fatto gola a nessuno, tanto assenti sono ricchezze naturali degne di nota. Il disegno eversivo si è dimostrato comunque lungimirante, perché l’Africa è ancora lì, con i suoi Pil in crescita, qua e là, con alcuni incoraggianti segnali di crescita a macchia di leopardo. Ma il vero riscatto, quello sognato da Sankara, quello appare al momento ancora assai lontano all’orizzonte.

I martiri incorrotti per la causa africana sono tanti. Se non vogliamo ascoltare le loro candide voci, ascoltiamo almeno la Bibbia che ci impone di rimettere al centro della storia la misericordia senza la quale il mondo non può vivere. (Non dimentichiamo che il concetto del Dio misericordioso unisce ebrei, cristiani e musulmani). L’uomo non è uno schiavo o una macchina per produrre. Ha diritto al riposo. E non solo l’uomo, ma anche le bestie e la Terra hanno diritto a riposare (Genesi, 1). E sempre partendo dal concetto del Sabato e contro la tendenza all’accumulo dei beni nelle mani di pochi a spese di molti morti di fame, in Israele venne lanciato un Giubileo che esigeva la remissione dei debiti: ”Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo.” (Lev.,25) Un Giubileo sabbatico allo scopo di riequilibrare la società ebraica che veniva sempre più strutturandosi nella disuguaglianza. “Le terre non si potranno vendere per sempre, la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini.”(Lev.25, 23)

Dobbiamo ascoltare l’immenso grido della Terra, prigioniera di un Sistema di morte. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizie. Il ritmo di consumo , di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del Pianeta, in maniera tale che, lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi. L’Occidente perciò deve riconoscere anche un debito ecologico ai paesi del Sud del mondo, perché è il nostro cosiddetto sviluppo che ha prodotto questa crisi ecologica che verrà pagata dai paesi impoveriti, in particolare dall’Africa che probabilmente avrà milioni di ‘rifugiati climatici’. A questi c’è da aggiungere i rifugiati che fuggono dalle nostre guerre, dai nostri dittatori di comodo, dai collassi delle economie locali distrutte dai consigli degli istituti finanziari mondiali. Quando la gente non può vivere decentemente nel suo Paese, è evidente che va a fare qualsiasi cosa in un altro posto dove intravede la possibilità di poter sopravvivere.

Inoltre l’intero genere umano non se la passa tanto bene. È imprigionato dentro un sistema economico-finanziario che permette al 20% della popolazione mondiale di consumare il 90% dei beni prodotti, immiserendo così oltre tre miliardi di persone e affamandone almeno un miliardo. Questo può avvenire perché i ricchi sono protetti da potentissime armi che ci costano quasi cinque miliardi di dollari al giorno.

Questo Sistema economico-finanziario militarizzato è talmente energivoro (soprattutto petrolio e carbone) che il Pianeta Terra sopporta sempre meno la presenza di Homo Sapiens, che è diventato Homo Demens. L’economia può correggersi e rendersi utile al ben-essere della collettività e non solo al ben-avere di una oligarchia avida che accumula e sottrae risorse alla comunità umana. Ciò sarà possibile se gli altri attori della crisi: la politica democratica, l’economia reale, le banche commerciali… sapranno disintossicarsi dai mercati finanziari, senza collusioni interessate, senza quelle connivenze che hanno permesso al capitalismo finanziario speculativo di eludere regole di pseudo-vigilanze, con parametri di rating non adeguati al benessere della persona e della società civile, ma solo funzionali al sistema di prelievo con algoritmi assurdi e immorali. Un’economia rispettosa della dignità umana e del benessere della collettività è possibile.

Molte le testimonianze a riprova che capitale e lavoro possono convivere nel rispetto reciproco: una tra tutte quella di Adriano Olivetti che, negli anni Cinquanta, riuscì a condividere la ricchezza con la comunità umana di Ivrea, nella sua fabbrica abitata non da merci (taylorismo), ma da persone.

FINE SECONDA PARTE

Il testo completo è stato suddiviso in quattro parti ed è il risultato di una ricerca durata otto mesi. Per eventuali inesattezze si rimanda ai testi originali indicati nelle fonti.

Fonti:

http://www.wikipedia.org
http://www.repubblica.it
http://www.mosaicodipace.it
http://www.unicef.it
http://www.avvenire.it
http://www.mediciperidirittiumani.org
http://www.mondoallarovescia.com
http://www.psicopolis.com
http://www.africanvoicess.wordpress.com
http://www.proteo.rdbcub.it
http://www.nigrizia.it
http://www.studiarapido.it
http://www.dirdidedolo.it
http://www.occhidellaguerra.it
http://www.reportdifesa.it
http://www.a-dif.org
http://www.reportafrica.it
http://www.africarivista.it

L’accoglienza dei migranti non basta

Prologo:

Se capitasse proprio a te. A te che stai leggendo adesso queste righe. Svegliato nel bel mezzo del sonno e trovarti in casa persone non invitate, non conosciute e propriamente non educate. In sostanza persone armate che mettono a rischio la tua vita e quella dei tuoi cari. Vi legano e vi trascinano fuori così come siete. Senza lasciarvi prendere nulla, manco i documenti. Venite accostati ad altri come voi in strada, mentre increduli vedete che ad altri è pure andata peggio: a terra in un lago di sangue. Un incubo.

Il gruppo si muove e voi con loro. Ore ed ore di cammino senza dove. Senza soccorso e senza spiegazioni. Così ancora per giorni interminabili. Poi una nave. Caricati sopra come bestie ed ancora ore ed ore senza sapere che futuro vi aspetta. Poi lo sbarco e il rituale. Chi compra e chi vende. Schiavi, siete schiavi. Nessuna possibilità di tornare indietro. Schiavi per sempre, voi ed i vostri figli.

Non è un film, ma quello che è accaduto veramente a milioni di africani e non per pochi anni, ma per migliaia di anni. Mentre Michelangelo affrescava la Cappella Sistina o scolpiva la Pietà, e fiorivano le belle arti del Rinascimento, i Governanti europei di Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia, Danimarca e Paesi Bassi commissionavano a dei negrieri la cattura degli schiavi africani da inviare nel nuovo mondo dove sarebbero stati utilizzati nelle miniere, nelle piantagioni di tabacco, di canna da zucchero e di cacao.

Mentre negli italiani si scontrano pietà e insofferenza, contrapposti sentimenti verso gli immigrati, l’attuale flusso immigratorio dall’Africa spaventa l’Europa che non trova soluzioni adeguate se non quelle dell’istintivo protezionismo dei confini: muri e filo spinato. Ma per trovare soluzioni piuttosto che ripieghi, per marcare il confine fra buonismo e razzismo, bisogna approfondire storicamente ciò che sono stati i flussi migratori, volontari e no. Ovvero, nel modo più chiaro ed essenziale possibile, bisogna parlare della schiavitù. Capire quale è stato il suo costo e quale il vero e pesante debito che abbiamo contratto.

La schiavitù del debito ed il debito della schiavitù
Capitolo 1° – L’evoluzione dello schiavismo
Promemoria: milioni di persone oggi sono ancora schiavi

Lo schiavismo in Africa è un fenomeno le cui origini risalgono all’antichità e che durò fino alla fine del XIX secolo. Sebbene le origini di questa pratica siano estremamente antiche, solo a partire dal IX secolo essa assunse le connotazioni di una vera e propria rete commerciale. Inizialmente si sviluppò dal Sahara verso il Nord-Africa, poi dalle coste africane sull’Oceano Indiano verso i Paesi arabi e l’Oriente, ed infine verso le colonie europee nelle Americhe. Si ritiene che dal IX secolo al XIX secolo, più di 20 milioni di persone siano state catturate in Africa e vendute come schiavi. Nessuno studioso mette in discussione che la tratta degli schiavi abbia pesato in modo negativo sullo sviluppo del continente africano.

Certamente è vero che l’Africa ha perso milioni di persone, solitamente le più giovani e forti e che interi sistemi economico-sociali sono stati distrutti dalle razzie e dalle loro conseguenze. I missionari cattolici che si spinsero nell’entroterra lungo il Nilo dichiararono che molte zone erano disabitate perché l’intera popolazione era stata decimata dalle razzie degli schiavisti. Inizialmente gli schiavi venduti sui mercati locali del Maghreb erano normalmente assimilati nella famiglia che li acquisiva. Alcuni venivano destinati al servizio militare. Le donne venivano destinate agli harem dell’Impero Ottomano o usate come schiave sessuali o addette al servizio delle concubine. Molti degli schiavi maschi venivano evirati e poi destinati al servizio negli harem come eunuchi.

All’inizio, la tratta interessava poche migliaia di schiavi all’anno. Con l’aumentare della richiesta di manodopera proveniente dalle piantagioni in oriente, della capacità delle navi utilizzate per il commercio degli schiavi, il numero di vittime degli schiavisti aumentò proporzionalmente. In molti casi, i commercianti di schiavi arabi non eseguivano direttamente le catture, bensì intrattenevano rapporti con intermediari locali che erano in contatto con i sovrani dei regni o delle tribù dominanti. Questi intermediari in cambio ricevevano armi al fine di rafforzare la loro posizione di predominio nei confronti dei propri vicini. Alcuni mercanti riuscirono ad accumulare ricchezze enormi: lo schiavista zanzibari Tippu Tip, per esempio, alla sua morte era uno dei possidenti più ricchi di Zanzibar, con sette piantagioni e oltre diecimila schiavi alle sue dipendenze.

Vi sono molte testimonianze a riguardo della crudeltà di questa tratta. Durante le razzie ai villaggi si contavano spesso più morti che prigionieri. Secondo Livingstone, ogni anno 80.000 africani morivano sulle vie carovaniere prima di raggiungere i mercati sulla costa dell’Oceano Indiano. L’accresciuta importanza economica del traffico degli schiavi fece sì che alcuni regni arrivino ad intraprendere guerre appositamente per fare prigionieri da vendere agli europei.
La tratta atlantica cominciò nel XVI secolo, fu più breve, ma ancor più violenta. In questo caso, la richiesta di schiavi era generata dalle colonie delle potenze europee nel Nuovo Mondo. All’inizio i Paesi più attivi furono prevalentemente quelli della penisola iberica, ma nel corso del XVII secolo si assiste a una progressiva ascesa delle nazioni del Nord Europa. I principali protagonisti della tratta diventarono i Paesi Bassi, la Gran Bretagna, la Francia e anche la Danimarca che era proprietaria di piantagioni nelle Antille. Le loro rotte costituirono il cosiddetto commercio triangolare, il cui elemento portante per circa quattro secoli fu la domanda europea di zucchero, cotone e altri prodotti di piantagione, e che collegava le economie di tre continenti attraverso un percorso di tre tappe:

1. le navi lasciavano i porti dell’Europa alla volta dell’Africa con beni e mercanzie utili all’acquisto degli schiavi (armi, polvere da sparo, tessuti, perle, rum)
2. ultimato il carico di schiavi lungo le coste africane, le navi facevano rotta per il Brasile o i Caraibi, dove gli schiavi finivano a lavorare nelle piantagioni.
3. dall’America le navi salpavano alla volta dell’Europa, riportando prodotti di piantagione (zucchero, caffè, cotone, tabacco, riso).

Gli schiavi erano impegnati soprattutto nel massacrante lavoro delle miniere e delle piantagioni di tabacco, canna da zucchero e cacao. In un primo momento i coloni provarono a servirsi delle popolazioni indigene dell’America, ma gli Indios erano pochi, indeboliti dalla fame e dalle malattie portate dagli europei e non resistevano alla fatica. Furono impiegati anche degli europei, soprattutto criminali condannati al lavoro forzato ed anche bambini rapiti. Il loro numero, tuttavia, rimaneva sempre insufficiente. La manodopera nera invece non solo resisteva ai climi caldi, ma costava poco e sembrava inesauribile. I negrieri bianchi non erano fuorilegge o gentaglia ai margini della società, ma rispettabilissimi borghesi o membri di antiche famiglie nobili, accomunati dal fatto di essere molto ricchi. Una spedizione, infatti, poteva durare anche due anni, ma la cifra investita risultava irrisoria rispetto al profitto. All’inizio gli schiavi erano catturati dai negrieri che circondavano di sorpresa i villaggi africani e tendevano reti nelle foreste per intrappolarli proprio come se fossero stati animali.

Dai luoghi di cattura all’interno del continente gli schiavi venivano incolonnati verso i porti d’imbarco. Vi giungevano in lunghe file, a volte dopo mesi di cammino, stretti l’uno all’altro da collari chiusi intorno al collo. Chi non resisteva alla lunga marcia veniva abbandonato o lasciato morire. Prima dell’imbarco gli schiavi erano spogliati, rasati a zero perché non si coprissero di parassiti, marchiati con un ferro rovente e battezzati con una frettolosa cerimonia.

Iniziava poi il tormentoso viaggio verso l’America su navi stipate fino all’inverosimile, dove gli schiavi venivano incatenati due a due ed incastrati l’uno accanto all’altro in uno spazio di non più di cinquanta centimetri ciascuno ed in locali non più alti di un metro e mezzo, quasi privi di aria e luce. Così, nudi e incatenati, cominciavano le traversate che potevano durare anche due o tre mesi. Due volte a settimana venivano trascinati in coperta e lavati con secchiate d’acqua. Poi erano costretti a danzare perché i loro muscoli non si indebolissero. Il pasto consisteva in una zuppa di riso e fave, accompagnata ogni tanto da rum allungato con l’acqua. Erano tanti a morire durante il viaggio tra malattie come lo scorbuto e la dissenteria e spietate repressioni dopo le rivolte.

Arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui venivano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni. Li attendeva una vita durissima e logorante nelle piantagioni e nelle miniere a cui si aggiungeva spesso la ferocia di padroni disumani. Qui la sopravvivenza media degli schiavi non superava i 10 anni, ma questo non rendeva meno amara la cioccolata che le dame europee gustavano per essere alla moda.

Nel 1452, papa Nicola V con la bolla Dum Diversas dava il diritto al re del Portogallo Alfonso V di ridurre in schiavitù qualsiasi “saraceno, pagano o senza fede”. Questo documento pontificio ed altri di simile tenore, vennero usati per giustificare lo schiavismo. I paesi di tradizione protestante non ricorsero invece ad alcuna giustificazione per partecipare a questo lucroso commercio. Anche i sovrani neri africani, scoprirono il valore di quel mercato e ne presero subito parte, vendendo alle potenze europee i propri prigionieri di guerra in cambio di stoffe pregiate , sete, perle, pietre preziose, acquavite, cannoni, polvere da sparo e armi.
Con questo sistema vennero venduti e deportati 21 milioni di neri di questi un numero impressionante di schiavi (stimato in 10 milioni) morirono durante la traversata, a causa delle terribili condizioni in cui venivano trasportati. Il golfo del Benin, da cui prendevano il mare la maggior parte delle navi dei negrieri, divenne noto come “la Costa degli Schiavi”. Dalla tratta atlantica furono però interessati anche alcuni paesi non collocati sulla costa occidentale dell’Africa, come il Mozambico e il Sudafrica.

Per l’Africa la tratta significò un’ enorme catastrofe. I negrieri sceglievano di preferenza uomini e donne forti e sani, ancora in età da potersi riprodurre. A causa del loro forzato trasferimento, famiglie e villaggi furono distrutti, intere regioni si spopolarono e lo sviluppo dell’Africa fu interrotto, con conseguenze che pesano ancora oggi sull’economia del continente. Gli europei, grazie all’errata convinzione di essere superiori ad ogni altra razza, trassero dal commercio degli schiavi e dalla colonizzazione del mondo, grandi vantaggi economici. Gli schiavi permisero lo sviluppo di vaste aree agricole nelle Americhe e lo sfruttamento di miniere a ritmi che sarebbero stati altrimenti impossibili. Queste attività permisero l’accumulo dei capitali necessari alla rapida industrializzazione del continente Europeo. La crescita della sensibilità ai diritti umani fu uno dei risultati della Rivoluzione Francese. Perciò, non a caso, la Francia fu la prima nazione europea ad abolire la schiavitù nel 1794.
Nel 1807 gli inglesi seguirono l’esempio d’oltremanica dichia-rando illegale la tratta, abolendo la schiavitù in tutti i territori sottomessi alla corona inglese e scegliendo pene severe per chi venisse trovato a far mercato di schiavi. Anche gli Stati Uniti abolirono la schiavitù nel 1820 con una legge che equiparava il commercio di schiavi alla pirateria, crimine punibile con la pena di morte. Tutti i paesi europei seguirono questi esempi. Successivamente la marina britannica venne incaricata di fermare qualsiasi nave che trasportasse schiavi e di liberarli.

Il “West Africa Squadron” – Squadrone dell’Africa Occidentale – riuscì a intercettare 1.600 navi di schiavisti e a liberare 150.000 schiavi. Solo il Portogallo continuò per qualche tempo a commerciare schiavi dal Mozambico al Brasile, ma per il 1850 la tratta atlantica era praticamente terminata. Diverso il discorso per la tratta controllata dai paesi islamici. La tratta non solo continuò, ma ebbe un incremento vista la nuova disponibilità di schiavi. Ancora una volta furono gli inglesi, con la loro marina, a contrastare la tratta sull’oceano Indiano. La marina poco poté nel caso della tratta via terra, e fu poco efficace contro le piccole imbarcazioni – dhow – usate dai mercanti arabi. Queste imbarcazioni permettevano il trasporto di piccoli gruppi di schiavi con rotte costiere, e potevano facilmente sfuggire al controllo di navi d’alto mare. Il porto di Aden rimase un centro di smistamento di schiavi fino all’inizio del XX secolo. Ci sono altre testimonianze di visitatori in Yemen che suggeriscono che il commercio di schiavi sia continuato sino ai primi anni 1960.

All’interno del continente africano, la schiavitù non è mai realmente sparita. Abolita in quasi tutti i paesi, lo schiavismo persiste in Mauritania, Ciad, Sudan. In Niger la schiavitù è stata abolita nel 2003, ma ancora oggi l’8% della popolazione vive in schiavitù. Nuove forme di schiavitù sono apparse negli ultimi anni, specie nei paesi colpiti da guerre civili: Congo, Sierra Leone, Liberia, Angola, Mozambico. Donne e bambini, ma in alcuni casi anche uomini adulti, sono stati usati per attività logistiche dei vari eserciti e milizie contro la loro volontà.

In altri casi, uomini e bambini sono stati usati – e lo sono ancora – per attività minerarie. Soprattutto quelle legate ai diamanti e altre pietre preziose. Inoltre, milioni di africani vivono in situazioni umane simili alla schiavitù. Come altro si potrebbe definire la vita degli abitanti delle baraccopoli che non godono di alcun servizio, guadagnano in media un dollaro al giorno e vivono in zone urbane che hanno costi di vita poco inferiori a quelli europei.
L’Africa ancor oggi si trova con le mani legate come ai tempi dello schiavismo. Noi europei insieme al nord-america, siamo coinvolti e responsabili di 50 milioni di schiavi presenti attualmente nel mondo.

Non schiavizzati direttamente dall’occidente, ma dalle politiche economiche internazionali che obbligano i paesi del terzo mondo per sopravvivere al mercato a schiavizzare il proprio popolo ed a negare anche i più elementari diritti umani.
Gli uomini sono destinati al mercato del lavoro forzato, le donne alla prostituzione o sfruttate come schiave domestiche. I bambini, gli esseri umani più indifesi, sono sfruttati nell’accattonaggio, nel traffico degli stupefacenti, nel traffico d’organi. Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, bambini e giovani sono rapiti e costretti a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi e drogati per poter resistere. Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, bambini e giovani sono rapiti e costretti a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi e drogati per poter resistere.
Ogni anno circa ottocentomila persone cadono vittime della tratta: l’80% di loro sono donne e il 50% sono minori. Più di un milione di minori ogni anno vengono sfruttati per il commercio mondiale del sesso. La globalizzazione ha aggravato la tratta degli esseri umani, dando ai trafficanti la possibilità di mirare ai deboli e disperati, specialmente ai migranti. Costoro vengono costretti a lavorare nell’agricoltura e nell’edilizia, come colf o come ‘badanti’ o nella prostituzione.

Con i trafficanti che realizzano 32 miliardi di dollari l’anno. La tratta è diventata l’attività criminale in più rapida espansione al mondo. In Italia, grazie alla Legge 11 Agosto 2003, n. 228, la pena prevista per l’induzione alla schiavitù va da otto a vent’anni di reclusione. Ma, secondo i dati raccolti nell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) l’Italia con i suoi 129.600 schiavi figura al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia.

FINE PRIMA PARTE
Il testo completo è stato suddiviso in quattro parti ed è il risultato di una ricerca durata otto mesi. Per eventuali inesattezze si rimanda ai testi originali indicati nelle fonti.

Fonti:

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http://www.repubblica.it
http://www.mosaicodipace.it
http://www.unicef.it
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http://www.reportafrica.it
http://www.africarivista.it

Chi non vuole lo sviluppo dell’Africa?

Quest’anno ricorre il 30esimo anniversario dell’uccisione di Thomas Sankara. Tutti dovrebbero conoscere e rendere omaggio a questo leader e martire africano. Ecco una presentazione della sua opera come presidente del Burkina Faso ed il coraggioso e profetico discorso all’Organizzazione dell’Unità Africana tenutasi ad Addis-Abeba nel 1987 che ne causò l’omicidio.

Thomas Isidore Noël Sankara (nato a Yako, Alto Volta, 21 dicembre 1949) è stato un militare, politico e rivoluzionario burkinabè, un leader molto carismatico per tutta l’Africa Occidentale sub-sahariana. Cambiò il nome di Alto Volta in Burkina Faso, divenendone il primo presidente, e si impegnò molto per eliminare la povertà attraverso il taglio degli sprechi statali e la soppressione dei privilegi delle classi agiate. Finanziò un ampio sistema di riforme sociali incentrato sulla costruzione di scuole, ospedali e case per la gente più povera della popolazione, oltre a un’importante lotta alla desertificazione con la messa a dimora di milioni di alberi nel Sahel.

Il suo rifiuto di pagare il debito pubblico di epoca coloniale, insieme al tentativo di rendere il Burkina autosufficiente e libero da importazioni forzate, attirò le antipatie di Stati Uniti d’America, Francia e Inghilterra, oltre che di numerosi paesi circostanti. Questo sfociò nel colpo di Stato del 15 ottobre 1987, in cui all’età di 38 anni il giovane capitano Sankara fu assassinato dal proprio vice, Blaise Compaoré, con la complicità dei suddetti stati. Celebre soprattutto per il suo discorso all’Organizzazione dell’Unità Africana contro imperialismo e neocolonialismo.

Sankara aveva capito che il debito contratto con i Paesi del Nord era la nuova forma di colonialismo per tenere sotto scacco i PVS e non permettere loro sviluppo ed autonomia. Se a trenta anni di distanza l’Africa è ancora soffocata dal debito, offesa dalle guerre e costretta a rinunciare alle nuove generazioni che fuggono verso l’Europa in cerca di futuro, è responsabilità di chi ha voluto e vuole tenere l’Africa in schiavitù e non vuole riconoscere i suoi diritti e la sua legittima autodeterminazione.

In un discorso tenuto ad Addis Abeba, in Etiopia, Sankara suggerì l’istituzione di un nuovo fronte economico africano che si potesse contrapporre a quello europeo e statunitense. Inoltre cercò di convincere, invano, gli altri capi di Stato africani a rifiutarsi di saldare i debiti con gli Stati Uniti e i paesi europei, poiché era convinto che i soldi da restituire agli altri Stati non erano da rimborsare perchè potevano essere reinvestiti in riforme sanitarie e scolastiche.

“Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, i nostri creditori ci devono le più grandi ricchezze che non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato”, affermò Sankara nel suo discorso all’Organizzazione dell’Unità Africana pochi mesi prima del suo omicidio, intendendo per –Debito di sangue– il sangue africano versato per opera degli europei nei secoli dello schiavismo e del colonialismo, ma anche il più recente contributo dei popoli africani alla sconfitta del nazismo, contributo mai compensato, nè riconosciuto.

Sankara fece costruire la ferrovia del Sahel, che tuttora collega Burkina Faso e Niger, la principale arteria di comunicazione del Paese, successivamente ampliata. Fornì due pasti e cinque litri d’acqua al giorno a ciascun cittadino burkinabé, fornendo assistenza sanitaria e una massiccia campagna di vaccinazioni. Incentivò la ridistribuzione delle terre ai contadini, la soppressione delle imposte agricole e creò un Ministero dell’Acqua, con funzioni ecologiche.
Il programma politico di Sankara comprendeva soprattutto il miglioramento delle condizioni delle donne. Sankara assegnò a numerose donne il ruolo di ministro e le cariche militari, cosa rara in Africa. Le incoraggiò a ribellarsi al maschilismo e a rimanere a scuola in caso di gravidanza. Abolì la poligamia e vietò l’infibulazione, pratiche ampiamente diffuse e tollerate in tutta l’Africa. Importante fu l’attenzione dedicata alla prostituzione. Sankara riteneva importante non punire o incarcerare le prostitute come accadeva in molti paesi, ma aiutarle a evadere dalla situazione di schiavitù fisica in cui si trovavano, dando loro un’occupazione vera.
Sankara si fece fautore e promotore di una totale rottura con la tradizione, che vedeva i soldati e soprattutto le cariche dell’esercito in posizione di netto vantaggio rispetto al popolo. Una delle sue prime mosse fu quella di coinvolgere le caserme nella produzione agricola e industriale. L’addestramento militare, ridotto da 18 a 12 mesi, fu implementato a funzioni lavorative che occuparono ben 3/4 del tempo totale. Ad esempio, l’ordine prevedeva inizialmente la costruzione di pollai e l’allevamento di galli e galline. Il risultato non venne solo raggiunto ma ampiamente superato. Questo successo economico garantì un miglioramento delle condizioni alimentari, e un rilevante abbassamento dei prezzi nel mercato della carne bianca per la popolazione civile. Ci fu anche un grande incremento della coltivazione di patate, a tal punto da raggiungere la sovrapproduzione.

Per costruire dighe grazie a cui manovrare l’acqua di cui il Burkina aveva un disperato bisogno, i cantieri dovevano importare ferro e cemento dai paesi vicini, i quali però avevano cominciato a bloccarne la vendita per colpire economicamente un governo guardato male per le sue politiche liberiste e vicine al popolo. Sankara si concentrò molto in questa direzione mandando in missione informativa funzionari col compito di chiarire la posizione pacifica del paese, ma anche di informare che la persistenza di questi comportamenti sarebbe stata considerata un atto di ostilità.

Uno dei principali motivi di povertà del Burkina era appunto la dipendenza da importazioni estere. E per la maggior parte si trattava di prodotti inutili o sacrificabili, che aggiungevano solo debiti su debiti. Sankara promosse dunque una campagna antimaterialista per incentivare il popolo a essere orgoglioso di ciò che aveva, senza vergognarsi di mostrare al mondo che il Burkina era un paese povero.
Il Burkina Faso fu il primo paese africano a indire i tribunali popolari, chiamati Case del popolo, con una corte presieduta da un giudice di carriera, due giudici non professionisti, un militare e quattro membri dei Comitati di difesa della rivoluzione. La gente poteva recarsi ai processi presenziando come pubblico e partecipando al dibattito. Celebre fu il processo a Saye Zerbo, ex presidente dell’Alto Volta, per appropriazione indebita. L’enorme cifra, 427 milioni di franchi, era stata misteriosamente fatta sparire dai conti statali proprio durante il suo governo. Zerbo verrà condannato a 15 anni di prigione e al rimborso dell’intera cifra mediante confisca di beni e proprietà.

Lo sforzo di far partecipare tutti i burkinabé alla rivoluzione si concretizzò permettendo loro di entrare la mattina nei locali della radio nazionale per parlare in diretta, criticare e proporre idee. Fu sviluppato un circuito di radio rurali che diffondevano programmi di alfabetizzazione e divulgazione agricola.
Sankara dava grande importanza alla cooperazione internazionale, ma riteneva fosse da riformare. Criticò gli esperti di economia e i burocrati, unici veri ideatori nonché proponitori di strategie, che in cambio della consulenza agli stati si facevano pagare cifre d’oro, arrivando più volte a scontrarsi con potenze come gli Stati Uniti d’America. Quando l’ambasciatore americano “suggerì” a Sankara di non denunciare più le aggressioni in Centroamerica per evitare di inimicarsi Washington, il presidente rispose con un secco no. Durante la visita di François Mitterrand in Burkina Faso, Sankara lo accusò indirettamente, ma pubblicamente di aver permesso a un criminale come Pieter Willem Botha di aggirarsi liberamente in Francia. Questo incrinò definitivamente i rapporti, e Mitterand accentuò la sua già evidente antipatia per il giovane presidente.

Il capitano era consapevole di rischiare la vita ogni giorno a causa dei numerosi nemici che si era creato. Per questo motivo veniva protetto da strategie di copertura, come la segretezza dei suoi spostamenti o l’annunciazione del luogo delle riunioni solo due ore prima. Teneva sempre con sé tre pistole da usare in caso di pericolo e gli uomini della scorta cambiavano costantemente. I rischi erano concreti.

I risultati di quattro anni di Governo di Thomas Sankara:
• Vaccinati 2.500.000 bambini contro morbillo, febbre gialla, rosolia e tifo. L’Unicef stesso si complimentò con il governo.
• Creati Posti di salute primaria in tutti i villaggi del paese.
• Aumentati gli alfabetizzati.
• Realizzati 258 bacini d’acqua.
• Scavati 1.000 pozzi e avviate 302 trivellazioni.
• Stoccati 4 milioni di metri cubi contro 8,7 milioni di metri cubi di volume d’acqua.
• Realizzate 334 scuole, 284 dispensari-maternità, 78 farmacie, 25 magazzini di alimentazione e 3.000 alloggi.
• Creati l’Unione delle donne del Burkina (UFB), l’Unione nazionale degli anziani del Burkina (UNAB), l’Unione dei contadini del Burkina (UPB) e ovviamente i Comitati di difesa della rivoluzione (CDR), che seppur inizialmente registrarono alcuni casi di insurrezione divennero ben presto la colonna portante della vita sociale.
• Avviati programmi di trasporto pubblico (autobus).
• Combattuti il taglio abusivo degli alberi, gli incendi del sottobosco e la divagazione degli animali.
• Costruiti campi sportivi in quasi tutti i 7.000 villaggi del Burkina Faso.
• Soppressa la Capitazione e abbassate le tasse scolastiche da 10.000 a 4.000 franchi per la scuola primaria e da 85.000 a 45.000 per quella secondaria.
• Create unità e infrastrutture di trasformazione, stoccaggio e smaltimento di prodotti con una costruzione all’aeroporto per impostare un sistema di vasi comunicanti attraverso l’utilizzo di parte di residui agricoli per l’alimentazione.
Quasi tutte queste riforme, estremamente innovative per un paese africano degli anni ’80, furono annullate dal regime di Blaise Compaoré.
Thomas Sankara era un uomo estremamente carismatico, come hanno raccontato molti suoi amici e collaboratori. Uomo sempre gioioso ma al tempo stesso tenacemente determinato nel conseguimento degli obiettivi, aveva una grande umiltà. Detestava qualunque forma di ingiustizia sociale e si mosse sempre in questa direzione, esprimendo con estrema franchezza il proprio pensiero in ogni circostanza, senza mai perdere quel tocco di perspicace ironia che lo contraddistingueva e ne caratterizzava la genialità.

Frasi celebri di Thomas Sankara
• ¬« La rivoluzione è anche vivere nell’opulenza, vivere nella felicità. Ma opulenza e felicità per tutti, non solo per qualcuno »
• « L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che si verifica non solo nella forma brutale di chi viene a conquistare il territorio con le armi. L’imperialismo avviene spesso in modi più sottili. Un prestito, l’aiuto alimentare, il ricatto. Stiamo combattendo questo sistema che permette a un pugno di uomini di governare l’intera specie »
• « Dobbiamo decolonizzare la nostra mentalità e raggiungere la felicità nei limiti del sacrificio che siamo disposti a fare. Dobbiamo far sì che la nostra gente sia disposta ad accettarsi per come è e a non vergognarsi della sua situazione reale »
• « La rivoluzione e la liberazione delle donne vanno di pari passo. Non parliamo di emancipazione delle donne come atto di carità o ondata di compassione umana. Si tratta di una necessità alla base della rivoluzione. Le donne reggono l’altra metà del cielo »
• « I nemici di un popolo sono coloro che lo tengono nell’ignoranza »
• « Mentre i rivoluzionari in quanto individui possono essere uccisi, nessuno può uccidere le idee »
• « Tutto ciò che l’uomo immagina, lo può creare »
• « La disuguaglianza può essere sconfitta attraverso la definizione di una nuova società, in cui gli uomini e le donne potranno godere di pari diritti, derivanti da uno sconvolgimento dei mezzi di produzione in tutti i rapporti sociali. Pertanto, la condizione delle donne migliorerà solo con l’eliminazione del sistema che le sfrutta »
• « Lo spirito è soffocato, per così dire, dall’ignoranza. Ma non appena l’ignoranza è distrutta, lo spirito risplende, come il sole privo di nuvole »
• « È possibile che a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano il mio cattivo esempio, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui. Nessuno potrà mai estirparli. Germoglieranno e daranno frutti. Se mi ammazzano arriveranno migliaia di nuovi Sankara! »

Discours sur la dette – tenuto da Thomas Sankara nel 1987, ad Addis-Abeba, in Etiopia, all’Organizzazione dell’Unità Africana
“Signor presidente, signori capi delle delegazioni, vorrei che in questo istante potessimo parlare di quest’altra questione che ci preme: la questione del debito, la questione relativa alla situazione economica dell’Africa. Poiché questa, tanto quanto la pace, è una condizione importante della nostra sopravvivenza (…)
Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici, anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici». Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei «finanziatori». Un termine che si impiega ogni giorno come se ci fossero degli uomini che solo «sbadigliando» possono creare lo sviluppo degli altri [gioco di parole in francese sbadigliatore/finanziatore, bâillement/bailleurs de fonds]. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant’anni, sessant’anni anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant’anni e più.
Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscan o a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui. Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema ; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua.
Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare : il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato. Si parla del Piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica. Ma non si parla mai del Piano africano che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate. Chi ha salvato l’Europa ? E’ stata l’Africa. Se ne parla molto poco. Così poco che noi non possiamo essere complici di questo silenzio ingrato. Se gli altri non possono cantare le nostre lodi, noi abbiamo almeno il dovere di dire che i nostri padri furono coraggiosi e che i nostri combattenti hanno salvato l’Europa e alla fine hanno permesso al mondo di sbarazzarsi del nazismo. Il debito è anche conseguenza degli scontri.
Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che la crisi non è venuta all’improvviso. La crisi è sempre esistita e si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di pochi individui. C’è crisi perché pochi individui depositano nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa intera. C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali che hanno nomi e cognomi, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassi fondi. C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro una Soweto di fronte a Johannesburg. C’è quindi lotta, e l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario. Ci si chiede oggi di essere complici della ricerca di un equilibrio. Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No ! Non possiamo essere complici. No ! Non possiamo accompagnare quelli che succhiano il sangue dei nostri popoli e vivono del sudore dei nostri popoli nelle loro azioni assassine.
Signor presidente, sentiamo parlare di club – club di Roma, club di Parigi, club di dappertutto. Sentiamo parlare del Gruppo dei cinque, dei sette, del Gruppo dei dieci, forse del Gruppo dei cento o che so io. E’ normale allora che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo. Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba. Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E’ solo così che potremo dire oggi che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma al contrario intenzioni fraterne. Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune. Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale. La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano.

Non possiamo accettare che ci parlino di dignità. Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano, e di perdita di fiducia per quelli che non dovessero pagare. Noi dobbiamo dire al contrario che oggi è normale si preferisca riconoscere come i più grandi ladri siano i più ricchi. Un povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità. I ricchi, sono quelli che rubano al fisco, alle dogane. Sono quelli che sfruttano il popolo. Signor presidente, non è quindi provocazione o spettacolo. Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe. Chi non vorrebbe qui che il debito fosse semplicemente cancellato ? Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare dritti alla Banca Mondiale a pagare! Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da «giovani», senza maturità e esperienza. Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo. Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un fatto dovuto.
E posso citare tra quelli che dicono di non pagare il debito dei rivoluzionari e non, dei giovani e degli anziani. Per esempio Fidel Castro ha già detto di non pagare.
Non ha la mia età, anche se è un rivoluzionario. Ma posso citare anche François Mitterrand che ha detto che i Paesi africani non possono pagare, i paesi poveri non possono pagare. Posso citare la signora Primo Ministro di Norvegia. Non conosco la sua età e mi dispiacerebbe chiederglielo. È solo un esempio. Vorrei anche citare il presidente Félix Houphouët Boigny. Non ha la mia età, eppure ha dichiarato pubblicamente che quanto al suo Paese, la Costa d’Avorio, non può pagare. Ma la Costa d’Avorio è tra i paesi che stanno meglio in Africa, almeno nell’Africa francofona. Ed è per questo d’altronde normale che paghi un contributo maggiore qui… Signor Presidente, la mia non è quindi una provocazione. Vorrei che molto saggiamente lei ci offrisse delle soluzioni. Vorrei che la nostra conferenza adottasse la risoluzione di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito. Non in uno spirito bellicoso, bellico. Questo per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza ! Invece, col sostegno di tutti, di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo consacrare le nostre magre risorse al nostro sviluppo.
E vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo.

kobane3Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente, facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito. Facciamo in modo che a partire da Addis Abeba decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri. I manganelli e i macete che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo.Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione ed io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni.” Continua a leggere

Chi è clandestino

Clandestino era comunemente considerato chi veniva sorpreso su una nave o su un treno senza aver pagato il biglietto. Ma non è il caso dei clandestini migranti, poiché tutti pagano forzatamente alle mafie almeno 20 volte quello che costerebbe il biglietto di un traghetto.

 

“Clandestino”, questa parola si è diffusa nell’uso comune dopo essere apparsa in maniera quasi ossessiva sui giornali e nelle dichiarazioni dei politici per indicare lo straniero che entra o soggiorna in un Paese in violazione delle leggi di immigrazione.

In origine “clandestino” era un aggettivo, poi si è diffuso anche come sostantivo. Deriva dal latino “clam” (di nascosto), cui si aggiunge “dies” (giorno). Letteralmente: “che sta nascosto al giorno, occulto”. Ma per la legge italiana il termine “clandestino” non esiste. La parola non è presente nel testo della legge Bossi-Fini, né nel testo unico sull’immigrazione che all’articolo 10 bis disciplina il cosiddetto “reato di clandestinità”. Quindi è un’espressione molto usata dalla politica e dai media pur senza un riferimento giuridico.

Il termine “Clandestino” non ha equivalente a livello internazionale. Negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone si parla di undocumentedperson (persona senza documenti). Perciò la definizione più appropriata del “migrante clandestino” potrebbe essere: “viaggiatore senza titolo di viaggio”. Che poi non è vero neppure questo perché tutti i “clandestini migranti”, pagano forzatamente alle mafie almeno 20 volte quello che costerebbe il biglietto di un normale traghetto.

cieSe ci fossero regolari traghetti africa-europa saremmo invasi dagli africani? Certamente si, ma non più di quanto gli europei abbiano invaso gli altri continenti. E comunque basterebbe che gli europei lasciassero vivere in pace gli africani per accorgersi che ognuno sta bene solo a casa sua. Ma l’uomo bianco è abituato a comandare e fare il bello e cattivo tempo ovunque. Così che i migranti costretti a fuggire dai loro territori possono perfino essere privati della libertà e rinchiusi nei CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione, senza aver commesso nessun reato, solo perché “stranieri senza biglietto di viaggio”, ovvero documenti di ingresso regolare.

Per giunta il migrante che volesse regolarizzare la propria posizione richiedendo il Permesso di Soggiorno o il suo rinnovo, deve adempiere a diverse disposizioni particolarmente onerose, ma soprattutto deve avere tanta pazienza perché, anche con tutta la documentazione in regola, non è dato sapere quando riceverà questo benedetto permesso di soggiorno.

Un esempio reale. Michael è arrivato in Italia dal Ghana da due anni. Da qualche mese lavora in un’azienda che produce impianti automatizzati e quadri elettrici grazie ad un programma di tirocinio attivato dal centro di accoglienza del servizio Sprar (Sistema di protezione per richiedentiautomazione-macchine-industriali-san-martino-in-rio asilo e rifugiati). Michael non sa ancora che ne sarà della sua vita: non sa se gli verranno concessi i documenti per rimanere. Rischia che gli venga negato l’asilo anche dalla corte d’appello e che il suo datore di lavoro debba ritirare la proposta di assunzione che ha pronta nel cassetto, perché Michael, se l’asilo gli fosse negato definitivamente, diventerebbe di nuovo un irregolare, senza documenti validi per lavorare e per prendere in affitto una casa. Tornerebbe nel limbo dell’illegalità, diventerebbe uno dei tanti fantasmi creati dal sistema di accoglienza italiano, che da una parte investe sull’integrazione e dall’altra non premia le esperienze positive. La sua storia è simile a quella di centinaia di richiedenti asilo, che vivono in Italia da anni e che dopo anni di attesa hanno ricevuto una risposta negativa alla richiesta d’asilo, anche se nel frattempo sono riusciti a integrarsi e a trovare un lavoro.

Ma nella mentalità popolare di tanti italiani, l’immigrato passa per il furbetto che si è fatto un bel viaggio per venire a godere del sole del Bel Paese, allettato da una televisione che regala soldi ogni giorno semplicemente chiamando i numeri dei pacchi su Affari tuoi di Rai uno. L’immigrato perciò è quello che ti importuna chiedendo soldi a te che non sai neppure come arrivare a fine mese. L’immigrato è quello che doveva stare a casa sua e che ci dovrebbe tornare quanto prima. L’italiano medio ha metabolizzato 25 anni di propaganda leghista fatta di slogan ignoranti e razzisti. “Padroni a casa nostra” per esempio. Che vuol dire: “immigrati, tornatevene a casa vostra”. Ma questi italiani non sanno che se sparissero improvvisamente tutti gli extra-comunitari, ci troveremmo tutti più poveri.inps-immigrati1

Le imprese create da immigrati sono 497.000, rappresentando l’8,2% del totale. Complessivamente l’Italia riesce a guadagnarci 85 miliardi di euro. Dall’IVA si genera un gettito fiscale di 7,6 miliardi. I contributi previdenziali versati dagli stranieri in Italia rappresentano il 4,2% del totale per un gettito complessivo di 8,9 miliardi, mentre ne ricevono tre in termini di pensioni ed altri prestazioni sociali. In Italia ci sono 893.000 badanti straniere, che si prendono cura di un milione di persone non autosufficienti. Se il tutto fosse a carico delle Stato, la spesa pubblica sarebbe insostenibile.

29-british-police-corbisIn sostanza, “Padroni a casa nostra” più appropriatamente dovrebbero dirlo loro, gli africani che hanno subito per secoli le depredazioni di capitale umano (schiavismo) e di materie prime dagli europei. In cambio hanno ricevuto colpi di stato e dittatori di comodo agli interessi europei, inquinamento ambientale ed armi per alimentare i conflitti e bloccare lo sviluppo dei territori.

Perciò “Clandestini” non possono essere considerati gli extracomunitari costretti a fuggire dal proprio Paese depredato e bombardato dall’uomo bianco che si permette poi di chiamarli “orda immigratoria” quando se li ritrova alle porte di casa propria. Clandestini non sono i figli dei negri rapiti all’Africa e resi schiavi al sevizio dell’uomo bianco. Quello che, grazie alla mano d’opera gratuita degli schiavi neri, ha avviato lo sviluppo del nord-America e l’industrializzazione Europea. Clandestini non sono quelli si ritrovano ancora oggi quelle catene strette al collo.

colonialismo-europeo-1-728Clandestina è questa Europa che, dopo aver comandato e fatto danni in tutto il mondo con il colonialismo, detta le regole ai migranti. Clandestino è perciò chi non ricorda e non considera i devastanti effetti del colonialismo e dello schiavismo. La pretesa supremazia dell’uomo bianco che continua ad entrare e ad uscire come vuole dalla casa del nero, ma in casa propria vuole selezionare bene chi entra, chi resta, come e perché. Clandestini sono perciò tutti i rimpatri forzati, esclusi quelli dei delinquenti che pur nelle troppe difficoltà che si trovano a sostenere, non sono mai giustificati.

mappa-tribu-nativi-americaniStoricamente si stima che tra 80 milioni di nativi americani abbiano perso la vita tra il 1494 e il 1891 durante la “Conquista delle Americhe”, il più grande genocidio della storia dell’umanità. Ma non si è mai sentito che un capo Inca, Maya o Atzeco, Sioux, Apache o Pellerossa abbia chiamato l’uomo bianco “Clandestino”.

Clandestino per me è il politico che non è stato eletto, ma nominato da quelli del suo Partito. Pertanto clandestino perché non rappresenta nessuno e ruba lo stipendio che riceve. Per di più spesso è solo uno “yesman”, pigia bottoni a comando, assenteista e sfascia-Italia. Clandestino è chi ambisce a cariche pubbliche non per servire il cittadino, ma per servirsi del cittadino- schiavo. Per godere di privilegi, di vitalizi e di favori interessati.proteste-x-salva-banche

Clandestino è l’A.D., il dirigente pubblico che sfascia le imprese che gestisce, ma prende liquidazioni milionarie solo perché così prevede il suo contratto che è svincolato dall’efficienza e dal merito. Perché cosi hanno voluto i capi bastone del partito di Governo. Perché cosi va l’Italia.

Clandestino è anche il dirigente della banca che raccoglie il risparmio del lavoratore e coscientemente lo immola al dio-finanza che mangia tutto. E non paga mai. Clandestina è questa Globalizzazione che uniforma il mondo sotto la dittatura dell’economia producendo una crisi inarrestabile che arricchisce i ricchi e impoverisce sia i poveri che la classe media. Globalizzazione che non unisce, ma esaspera le differenze ed alimenta i conflitti fra classi, fra nazioni, fra popoli e talvolta fra religioni.

Gunicef-i-bambini-soldato-sognano-un-altro-futuro-73287-660x368lobalizzazione che non disdegna il massiccio ricorso alle armi mascherando propri interessi di sudditanza commerciale ed economica come improrogabili necessità di democrazia. Globalizzazione che infine non affratella i popoli, ma li rende ostili e diffidenti intossicando il modo di armi, fumi e rifiuti delle industrie. Serva dell’economia dell’accumulo e della speculazione finanziaria.

Fonti:
http://www.internazionale.it
http://www.nanopress.it
http://www.parlarecivile.it
http://www.farwest.it

MANIFESTO PER UNA SCUOLA DA AMARE

Una riforma della scuola è una esigenza evidente perchè è evidente che la società di oggi è gravemente malata. Malata di corruzione, delinquenza, mafia. Ma anche di egoismo, indifferenza, ignoranza.

Non si può pensare di risolvere tutto questo con l’avvento di un super-eroe che rimetta a posto tutto. Bisogna cambiare partendo dalla Scuola, dalle nuove generazioni che saranno i mattoni delle città del futuro. Bisogna dare loro gli strumenti per essere diversi, impegnati e capaci e solidali.

Per sapere cosa occorra alle nuove generazioni bisogna partire dai problemi di oggi e pensare ad una formazione che non presenti le stesse lacune, gli stessi errori.
La società del profitto mostra oggi tutti i suoi limiti. Dopo decenni di benessere crescente, ma forse anche a discapito dei Paesi del Terzo Mondo, ora abbiamo globalizzato l’emergenza, le povertà. In una società altamente tecnologica ed industrializzata, abbiamo aumentato i poveri. Assurdo. Se il Capitalismo ha fallito, il Comunismo pure. E’ evidente anche senza stare a fare troppe analisi e disquisizioni.

Provare una via di mezzo sarebbe solo un buttarsi alla cieca. Vediamo invece di partire da esempi pratici. In una classe qualsiasi di un qualsiasi paese italiano, ci sono normalmente ragazzi più portati allo studio e ragazzi meno portati. banche-o-governoAlcuni eccellono ed usciranno dalla scuola coi massimi voti, massime conoscenze e massime prospettive. Altri neppure porteranno a termine gli studi. Perchè in qualsiasi classe di questo Paese, ognuno pensa per sè. È questo uno degli errori. Mi spiego meglio.

Uno di questi “ragazzi fenomeno” avrà coltivato la passione per la terra. Realizzerà il suo sogno di creare una azienda agricola biologica fra le più grandi, qualificate e produttive d’Italia. Il suo compagno che neppure ha finito gli studi, è disoccupato. Fa dei lavoretti di ripiego per rimediare qualche soldo. Poi trova lavoro, si fa poche domande perchè è pagato bene. Smalitisce rifiuti tossici e batterie intrerrandole dove capita. Conseguenza: terreni, falde acquifere e i canali inquinati. L’Azienda biologica ignara di ciò, utilizzerà l’acqua dei canali e dei pozzi intossicando i propri prodotti biologici.

Questo racconto è solo una fantasia, ma non è tanto distante dalla realtà italiana. La terra dei fuochi nel Napoletano è tristemente famosa per l’inquinamento ambientale, ma anche al nord esistono realtà altrettanto gravi. Nel bresciano sembra che la situazione dei rifiuti tossici interrati sia persino peggiore. Poi c’è il veneto inquinato dalle PFAS, sostanze perfluoroalchiliche, la Lombardia con rifiuti interrati sotto le autostrade e le tangenziali. rifiuti-a-fuoco Rifiuti tossici anche a Malagrotta, discarica romana. In Sicilia c’è un triangolo della morte fra i comuni di Priolo, Augusta e Melilli. A Vicenza sotto l’autostrada A31 fino a Badia Polesine ci sono tonnellate di rifiuti tossici. Tutta l’Italia è stata ferita da ignobili speculazioni a danni dell’ambiente e dei loro abitanti.

È una questione di ignoranza e miseria morale. Una società che ignora gli ultimi, prima o poi pagherà pegno. Qual’è la soluzione? Bisogna costruire una Scuola che guardi al profitto individuale nella stessa misura con cui guarda al profitto collettivo. bidone-rifiuti23Bisogna insegnare ai ragazzi a portare a termine dei progetti comuni. Non valorizzando i più volenterosi e preparati, ma tutti. Trovando gli stimoli e le forme per ampliare la partecipazione. Non debbono essere i ragazzi ad adattarsi ai progetti, ma viceversa, i progetti ad adattarsi ai ragazzi. Un ragazzo che si sente accolto, utile e valorizzato, è un ragazzo che sarà una risorsa, non un peso per la società. Si è sempre considerato che ci debbano essere degli esclusi, delle mele marce. Non è vero. Quando accade è il fallimento della società, della Scuola. Si dovrebbe pretendere di non avere emarginati, come non avere poveri e disoccupati.

Quindi bisogna che a Scuola la valutazione individuale consideri in ugual misura tre campi:
– la preparazione individuale (PROFITTO)
– la capacità di relazionarsi collaborando con gli altri (RELAZIONE)
– l’educazione civica (FORMAZIONE)

Dell’Educazione Civica ci si è dimenticati da troppo tempo. Invece di adeguarla ai tempi, la si è pensata inutile. Ma è meglio un somaro vivo che un dottore morto. vietato-calpestare-sogniChe serve preparare all’eccellenza, se poi non si forniscono gli elementi basilari della convivenza e della sopravvivenza. Dalla Scuola Guida, alla raccolta differenziata sperimentata a scuola e caldeggiata a casa. Dall’Educazione Sessuale, alla tolleranza verso i diversi. Dall’Educazione alimentare, alle basi per la prevenzione delle malattie. Dalla educazione sportiva, all’educazione musicale. Ecc…

Faccio alcuni esempi pratici: Alcune volte troviamo nei titoli dei TG o sui quotidiani episodi di cronaca di giovani travolti da pirati della strada che neppure si fermano per soccorre le vittime dell’incidente. Mai nessuno dei commentatori della notizia l’ho mai sentito ricordare che i pedoni dovrebbero camminare dal lato sinistro della strada, proprio per vedere le auto che, per distrazione o altro, potrebbero travolgerli. Solamente una volta, in un documentario in bianco e nero degli anni ’60, ho sentito un bambino intervistato che citava il camminare sul lato sinistro della strada fra le raccomandazioni dei propri genitori. Sono indicazioni importanti, vitali, ma sia la TV che la scuola hanno perso la capacità, la sensibilità e la responsabilità di insegnarle ai piccoli e ricordarle ai più grandi.

Altre poche osservazioni fra le centinaia che si potrebbero citare. Recentemente un ragazzo ha sgozzato un coetaneo per gelosia. Modelli sbagliati o aridità di relazioni? Tanti sono i problemi adolescenziali, ma in una scuola alternativa, fatta di relazioni, di progetti comuni, di attenzioni all’altro e di dialogo, non solo dispensatrice di sapere e contenuti, forse questi due ragazzi non sarebbero arrivati a tanto, bruciando così le loro giovani vite e gettando le loro famiglie nella disperazione.

esempi-non-consigliUn ragazzo di una scolaresca in visita all’EXPO’ precipita nella notte dal 5° piano. Nè i professori, nè i compagni sanno cosa sia successo. Indifferenza, menefreghismo o uno scherzo finito male? In una Scuola diversa non sarebbe successo.

Diversi anni fa un ragazzo gay a Torino si suicida perchè oggetto delle attenzioni dei bulli della scuola. Il ragazzo era il più bravo della scuola, ma è stato lasciato solo ad affrontare il suo disagio. Una Scuola sorda ai problemi dei ragazzi, non è adeguata.

Una scuola che ha avuto in gestione per un enorme cumulo di ore questi ragazzi e li ha riempiti di nozioni senza educarli e formarli all’essenziale, è una scuola carente, molto carente. Cosa serve sapere l’inglese o l’algebra se poi non si sa avere cura e rispetto per la vita. Cosa serve rispettare i programmi ministeriali e secondo le disposizioni giudicare correttamente gli studenti, se poi gli studenti non sono cresciuti umanamente, non sono formati, educati, resi capaci di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

Una scuola che incolla ad un tavolino per un’esagerazione di ore dei bimbi e dei ragazzi, è folle. I ragazzi hanno bisogno di muoversi, di giocare, di fare sport. Lo sport di squadra è molto educativo. esultanzaAiuta ad accettare le sconfitte come un percorso formativo per costruire il gruppo vincente. Ma vincere non è l’assoluto. Non è ciò per cui possa essere lecito imbrogliare. E’ importante avere coscienza del limite e dei limiti. In questi insegnamenti l’algebra e la geografia non possono essere efficaci come lo sport.

Un progetto scolastico ben articolato dovrebbe prevedere la partecipazione ad uno sport di squadra per tutti gli studenti. Ci sono in tutt’Italia le Società Sportive di calcio, pallavolo, pallacanestro e rugby che offrono attività ai ragazzi. Con intelligenza, buon senso e doveroso dialogo, si potrebbe cominciare con collaborazioni per arrivare a integrare l’attività sportiva delle società sportive private, nell’attività scolastica.

Infine nell’affrontare il tema dell’educazione scolastica dei bambini e dei ragazzi, non si può trascurare il condizionamento prodotto dalla tv. Non è tema scolastico, ma è un aspetto dell’educazione che è fondamentale. Non si può costruire a scuola e distruggere a casa davanti ad uno schermo senza controllo. tvwatchUna tv che riempie ogni film, telefilm o sceneggiato di cadaveri, non è normale. È una tv malata, che non vuole crescere persone civili, ma telespettatori. Una tv prona al business e dimentica del suo ruolo sociale. Dimentica che entra in tutte le case e si offre a chiunque, anche bimbi. E non chiede mai permesso. Sgarbatamente può traumatizzare un bimbo che anche in ore a lui dedicate, si trova inopportunamente da solo di fronte a quella stessa tv che poco prima gli aveva offerto i cartoni animati. Lo stupro, il femminicidio o il dramma fra adolescenti, possono essere stati originati da traumi infantili. Non è detto, ma nemmeno lo si può escludere. Una tv migliore comunque non potrebbe che giovare alla società civile.

Quando muore un ragazzo tutti dobbiamo sentirci responsabili. Ma un giovane muore anche quando seppellisce le sue ambizioni, abbandona i suoi sogni, brucia i sogni-inutilisuoi anni migliori senza cogliere a pieno l’opportunità di diventare protagonista costruttivo e non soggetto passivo di questa società. I giovani sono il nostro futuro, spetta a noi crescerli, formarli perchè quanto ricevuto possano trasmetterlo ai loro figli e costruire un mondo migliore.

Migranti: Meglio morire in mare che stare in Libia. In mare si muore una volta sola, in Libia è come morire ogni giorno

 

 

“Vengono e ci rubano il pane. Quei barconi sono pieni di terroristi dell’Isis. Sono ladri, puttane e spacciatori. Ma lo sapete che gli immigrati incassano dallo Stato 40-50 euro al giorno? È uno scandalo, li ospitano in alberghi a cinque stelle, in camera hanno la vasca con idromassaggio e si lamentano pure…” Questi i luoghi comuni di certi italiani.

L’immigrato che rischiando la vita arriva sulle nostre coste, è il nemico perfetto. Sei senza lavoro? Colpa dell’immigrato disposto a fare tutto e per quattro soldi. Ti senti insicuro nella tua città? Colpa del “clandestino”… Non c’è posto all’asilo? Se lo è preso l’extracomunitario… E per la casa popolare? Se devi aspettare ancora perché ti sono passate davanti quelle famiglie con quei nomi strani, appunto straniere…

uomo-nero-624Ma non è proprio così. Prova tu a vivere qualche settimana da immigrato e cambierai idea. La vita da immigrato non è tutta rose e viole come si vuole far credere. Su tutte l’assurdo del rinnovo del Premesso di Soggiorno. Per rinnovarlo devi dimostrare di avere un lavoro, ma per avere un lavoro devi dimostrare di avere un Permesso di Soggiorno non scaduto. Meravigliosa burocrazia italiana…

Per il rinnovo del Passaporto poi gli immigrati non debbono andare in Prefettura come qualsiasi italiano, loro devono andare fino a Roma ed aspettare qualche giorno il rilascio del rinnovo con costi di viaggio e permanenza.

La casa popolare per gli immigrati non è così a portata di mano, solo per presentare la domanda devi avere la residenza nel Comune da almeno tre anni. Ma residenza non vuol dire domicilio. Molte famiglie che sono in Italia da più di dieci anni, non hanno accesso alla casa popolare. Anche per il riconoscimento della cittadinanza non bastano dieci anni in Italia, ci vuole la residenza legale ed un reddito minimo percepito negli ultimi tre anni.

Infine, l’alloggio degli immigrati in albergo è un bel costo per le casse del Comune ma, contrariamente a quanto si creda, per niente comodo per le famiglie di immigrati con figli piccoli nati in Italia, che non possono permettersi un affitto. Spesso si tratta di una camera unica per famiglia, vitto escluso, senza cucina o con la cucina in comune. Ed io so per certo cosa significhi: per diversi mesi, miei amici con bimbi piccoli, hanno mangiato panini o cucinato con pentole e fornelli a induzione che bruciavano qualsiasi cosa. Per cui tutto sapeva di bruciato: riso, pasta, carne. E non c’era modo, così era.

rifugiati1Perciò smettiamo di credere al luogo comune che gli immigrati siano dei privilegiati. I privilegiati in Italia ci sono, ma sono ben altri. Pensioni d’oro, mai toccate. Retribuzioni milionarie di dirigenti pubblici e privati che continuano a crescere, mentre i loro operai non arrivano a fine mese. Enti inutili come “postifici” di politici bruciati. Un Parlamento Italiano che costa più di quello USA. Manager Bancari con retribuzioni inimmaginabili e poi quando le Banche rischiano il fallimento, lo Stato corre a coprire i buchi coi nostri soldi… Altro che immigrati!

Ma perché questi ragazzi abbandonano i loro territori in cerca di una terra promessa? L’Africa, i Paesi del Medio Oriente e molti altri Paesi, vengono sistematicamente saccheggiati delle loro risorse naturali. Uno sfruttamento, dettato dalle logiche commerciali, che trasferisce immense ricchezze verso i paesi più ricchi e lascia a quelli che dovrebbero esserne i legittimi proprietari solo devastazione e miseria. È di questi giorni la notizia dell’inchiesta ENI-NIGERIA conclusa dalla Procura di Milano sulle tangenti di un miliardo e 92 milioni per corrompere politici ed intermediari nigeriani, manager italiani ed europei.

Ciò è possibile grazie a governi fantoccio che spesso vengono appoggiati da coloro che poi si arricchiscono. Per non parlare poi delle guerre che periodicamente vengono scatenate quando ci si ritrova di fronte ad un governo poco incline a piegarsi agli interessi dei più ricchi (vedi Libia ed effetti del dopo Gheddafi). Quindi i nostri Paesi, ovvero i nostri Governi e le grandi aziende internazionali che di questo saccheggio raccolgono gli utili, sono responsabili per questi crimini e quindi anche responsabili per l’anomalo flusso di immigrati, morti inclusi, che oggi si riversa sul nostro territorio.

guerra6Ma vediamo chi sono questi ragazzi affrontano il mare in condizioni disumane rischiando una morte atroce. Cosa si lasciano alle spalle quelli che cercano di rifarsi una vita in Europa? Ecco i racconti in parte raccolti direttamente dai reporter, in parte frutto degli interrogatori a caldo che i poliziotti, in questo caso della Squadra Mobile di Reggio Calabria, fanno alle persone appena sbarcate. Un lavoro paziente che tenta di ricostruire la rete della grande organizzazione degli scafisti del Mediterraneo, ma che svela i drammi di estenuanti viaggi nel deserto, l’esistenza di lager in Libia dove la violenza dei carcerieri è indescrivibile e la corruzione di ufficiali della polizia libica che sono parte integrante delle organizzazioni criminali. Infine i naufragi e il dramma di chi ha visto morire mariti, fratelli e figli inghiottiti dalle acque del Mediterraneo.

Una volta a terra gli immigrati collaborano, fanno nomi, danno numeri di telefono degli scafisti, indicano le città e i porti da cui sono partiti, mostrano i filmati girati di nascosto nel corso della traversata. Aiutano polizia e magistratura italiana.
Almeno 26000 minori nell’ultimo anno hanno abbandonato famiglia, guerra e miseria e sono partiti per l’Italia passando diversi giorni in mare. Hanno visto i loro compagni di viaggio finire gettati dalle imbarcazioni solo perché avevano il mal di mare, hanno visto onde “alte dieci piani” travolgere le barche mentre erano stipati a bordo con centinaia di altre persone, senza sapere se sarebbero sopravvissuti o finiti nel Mediterraneo. Ma sapevano che dovevano fuggire dall’inferno che si erano lasciati alle spalle.

“Meglio morire in mare che stare in Libia. In mare si muore una volta sola, se stai in Libia è come se morissi tutti i giorni”. Bakary ha poco più di 16 anni, è un minore ospitato in una struttura di accoglienza in Calabria. Viene dalla Guinea Bissau e ha raggiunto la Libia attraverso il Gambia, quattro settimane di viaggio nel deserto. “I letti dove dormivamo in Libia erano pieni di insetti, avevamo pagato per il viaggio, ma nell’attesa dovevamo lavorare per i padroni del posto. Gratis, come schiavi. Chi si rifiutava veniva picchiato. Ho visto gente morire sepolta a pochi metri da dove dormivamo”.

naufragio“Mi chiamo Abdel B.M., sono di origine eritrea e ho vent’anni. Sono andato in Libia per tentare la traversata, ho pagato 500 dollari ma la somma non bastava ai trafficanti. Mi hanno sequestrato e portato a Misurata, nel golfo della Sirte. Ero uno schiavo, mi facevano lavorare senza pagarmi. Nel capannone eravamo in 200 almeno, dormivamo per terra e avevamo poco cibo, l’acqua era sporca e non c’erano servizi igienici per i nostri bisogni. Le donne venivano violentate, gli uomini offesi e picchiati. Per convincermi a farmi mandare i soldi dai miei genitori e pagare il viaggio mi hanno torturato. Una notte degli uomini armati sono entrati nel capannone e hanno prelevato un gruppetto di eritrei. Erano ubriachi e drogati, e hanno fatto correre gli eritrei mentre loro sparavano, li usavano come bersagli mobili. Sparavano e ridevano come diavoli. Ho visto almeno due persone cadere a terra colpite”.

“Mi chiamo Mohammad B. e sono nato a Damasco nel 1985. In Siria ero un bracciante agricolo, nel 2013 ho lasciato il mio Paese per il Libano, da qui volevo raggiungere il Sudan per poi tentare la traversata in Europa attraverso la Libia. Ho pagato mille dollari a un mediatore siriano di nome Mahmoud per arrivare in Sudan. Da qui ho raggiunto la frontiera libica con un fuoristrada condotto da un altro sudanese membro dell’organizzazione che ci ha consegnato a dei libici. Erano in due e con un altro fuoristrada ci hanno portati ad Agjdabya, in Cirenaica. Il nostro campo era un lager sorvegliato da guardie armate. profughiEravamo in 150, non potevamo uscire, eravamo prigionieri, ci davano un panino e acqua salata ogni 24 ore. Ci picchiavano, non c’erano bagni e dormivamo per terra. Sono rimasto in questo posto per 11 giorni. Il capo del campo si chiama Abou Laabd. Una notte ci hanno caricati su un camion, coperti con dei teli e trasferiti in un villaggio in mezzo al deserto, qui ci hanno scaricato in una stalla dove c’erano mucche, capre e pecore, abbiamo dormito con gli animali per due giorni. È stato il momento peggiore, le guardie ci hanno tolto tutto, chi protestava veniva picchiato con il calcio dei fucili. Non ne potevamo più e una notte siamo scappati. Abbiamo raggiunto un’altra città dove un tale Salem, libico, ci ha ospitati per una notte prima di consegnarci a Moamamar, anche lui libico. È un trafficante e per 900 dollari ci ha portati sulla spiaggia dove c’era un gommone di 12 metri circa che da lì a poco sarebbe partito per l’Italia. Eravamo non meno di 150. Siamo partiti di notte e abbiamo navigato in quelle condizioni per due giorni, non avevamo cibo e acqua, il gommone imbarcava acqua. Fortunatamente siamo stati avvistati da una nave della Marina italiana che ci ha salvati. Sì, riconosco l’uomo che era al timone. È un membro dell’organizzazione. Quando sono arrivati i soccorsi si è confuso mettendosi in mezzo a noi. Ora sono stanco voglio andare in Olanda”.

“Il mio nome è Gabresellah H. sono nata nel 1991 in Eritrea. Ho vissuto per dodici anni a Karthum, facevo la domestica, il mio sogno era andare a Londra, ho contattato un sudanese che organizzava viaggi verso l’Europa. Per 1.600 dollari si è offerto di portarmi alla frontiera con la Libia. Siamo partiti a maggio 2014 in un camion con altre 98 persone. Dopo sette giorni siamo arrivati nella città libica di Ajdabia. Qui ci hanno chiusi in una casa, eravamo prigionieri. Chiedevo in continuazione a un libico quando sarebbe arrivato il mio turno per andare in Italia. Lui non rispondeva mai. Dopo un mese siamo stati portati a Tripoli in camion. Anche in questa città siamo stati rinchiusi in una casa, ci sorvegliavano uomini vestiti di nero e incappucciati. Il loro compito era selezionarci per sesso e religione. I musulmani potevano proseguire il viaggio, i cristiani no, venivano uccisi dagli incappucciati. Le donne cristiane che avevano pagato il viaggio venivano risparmiate. Ci siamo imbarcati il 7 maggio, dopo ore di navigazione ci ha salvati una nave da guerra tedesca”.

“Sono Mbdao D. ho 25 anni e vengo dal Senegal. Prima sono stato in Niger, lì ho incontrato un altro senegalese di nome Diof al quale ho dato 1.200 franchi senegalesi per farmi raggiungere il confine con la Libia. Eravamo in tanti, ci hanno caricati su un pick-up e portati a Tripoli dove mi sono fermato 15 giorni alla ricerca di qualcuno dell’organizzazione. Il mio contatto era un soggetto di nazionalità gambiana che tutti chiamavano “Lo zio”: era lui il mediatore per il viaggio, chiedeva 300 mila franchi senegalesi. Non avevo quei soldi, ma la somma richiesta l’avrebbe versata mio fratello su un conto corrente intestato allo Zio. Solo quando i soldi sono arrivati mi hanno trasferito a Zuara, nella Libia nord occidentale, dove sono rimasto sette giorni. Ci hanno imbarcato di notte, dopo almeno tre ore di attesa sulla spiaggia. Salivamo in 30 sui gommoni che ci portavano alla barca, un natante di colore blu non grandissimo. Eravamo in cinquecento e la barca era condotta da tre soggetti, uno al timone, un altro al controllo del motore e un terzo che sorvegliava noi immigrati. Non ci hanno maltrattato durante il viaggio, ma non ci davano da bere. La barca era vecchia e in pessime condizioni, noi eravamo ammassati uno sull’altro, quando la barca cominciò a imbarcare acqua avemmo paura, il terzo uomo ci ordinava di svuotare la barca con i secchi. Dopo 13 ore di navigazione abbiamo avvistato una nave grande di colore blu e con l’immagine di una tigre, o forse era un cane, non ricordo. naufragi-migrantiÈ successo l’inferno, a bordo non ne potevamo più, volevamo solo uscire da quella barca che stava affondando e che mai sarebbe arrivata in Italia. Così ci spostammo tutti su un fianco, la barca ondeggiò fino a capovolgersi. Finimmo in acqua. L’acqua era gelida, chi non riusciva a nuotare affogava, ne ho visti tanti muovere le braccia, urlare, piangere e poi finire inghiottiti dal mare. Con me c’era mio fratello di 18 anni, si chiamava Khamid, non l’ho più visto, forse è annegato. Gli scafisti, voi li chiamate così, sì, li so riconoscere. Il capitano era un africano, l’addetto al motore un nordafricano, un altro era africano ed era quello che ci ordinava di svuotare la barca, due di loro parlavano la lingua wolof del Senegal, il terzo parlava arabo. Sì, sono loro, li riconosco”.

“Al T. è il mio nome. Tre anni fa sono scappato dalla Siria per il Libano, ho vissuto di stenti aiutato solo dalla Chiesa, due anni dopo ho lasciato Beirut per Karthum. Qui ho incontrato un sudanese di nome Bachir che per 600 dollari si è offerto di portarmi al confine egiziano. Eravamo in 28 e abbiamo fatto il viaggio su un fuoristrada. Alla frontiera ci ha consegnato ad altre persone che ci hanno fatto attraversare il deserto fino alla città libica di Ajdabya dove siamo rimasti per due giorni in attesa di un alto ufficiale della polizia libica di nome Mouftah. L’ufficiale ci ha chiesto 900 dollari come saldo del viaggio, più altri 500 per portarci a Tarablus, dove ci hanno rinchiusi in una fattoria per cinque giorni in attesa di un altro ufficiale libico che ci ha chiesto altri mille dollari. Diceva che doveva consegnarli a un tale di nome Rafou, che in Libia tutti conoscono come il miglior organizzatore di viaggi verso l’Italia. Una notte abbiamo aspettato cinque ore sulla spiaggia prima di essere imbarcati su dei gommoni di colore scuro, servivano a trasbordarci su un peschereccio. Eravamo almeno in 700, anche donne e bambini, molti messi uno sull’altro nella stiva. Prima di imbarcarci sul peschereccio i libici armati ci hanno tolto tutto, qualche gioiello, soldi, telefoni, vestiti buoni. Durante il viaggio quelli nella stiva vicino al motore non riuscivano a respirare, vomitavano, i bambini piangevano, e chiedevano di uscire a prendere un po’ di aria. Ho visto un uomo che aveva il diabete sentirsi male, urlare dalla disperazione, ma nessuno lo ascoltava. Poco dopo è morto. A bordo non c’era cibo, né acqua, nessuno aveva il giubbotto di salvataggio. Ci ha salvato una nave della Marina italiana. Sì, riconosco l’uomo che era al timone e gli altri che ci controllavano a bordo. Ho dei parenti in Olanda, chiedo solo di poterli raggiungere”.

migranti-110“Sono Jallow M., nato in Gambia nel 1978. Ero un ufficiale della National Intelligence Agency e mi occupavo della sicurezza del presidente. Nel 2006, dopo il golpe di Yanya Jammeh si è insediato un regime dittatoriale. Mi chiedevano di torturare gli oppositori, anche le persone che manifestavano l’intenzione di non votarlo, ma queste pratiche sono contrarie alle mie convinzioni, mi sono rifiutato di obbedire agli ordini e sono stato arrestato. Dopo un mese mi hanno concesso la semilibertà, ne ho approfittato per fuggire. Prima in Senegal, dove ho lavorato per tre anni, poi in Burkina Faso, dove ho fatto l’autista, quindi in Niger e successivamente in Libia. Con la guerra ho deciso di scappare in Italia, ho contattato un mediatore, Jawkneh Muhammed, che lavora per un certo Karim, conosciuto anche come Iman, è il capo dell’organizzazione, un uomo potente. Ho pagato 1.500 dollari. Con altre 120 persone siamo stati portati a Juwara, in una casa di questo Karim dove siamo stati trattati in maniera disumana. Abbiamo atteso 45 giorni in quelle condizioni prima di essere imbarcati sui gommoni e poi trasferiti su un’imbarcazione con due bandiere, una libica. Chi creava problemi veniva picchiato. Riconosco dalle foto gli uomini che erano al timone e quelli che lavoravano per lui”.

“Mi chiamo Sonia J., sono nata in Nigeria nel 1991 e sono incinta di quattro mesi. Con mio marito volevamo raggiungere l’Europa per dare un futuro al figlio che aspetto. Una notte a Tripoli ci hanno fatti salire su un gommone scuro, eravamo 120, c’era acqua e pane, ma mancavano i giubbotti di salvataggio per tutti, dopo quattro giorni di navigazione il gommone si è capovolto, eravamo in troppi e le onde erano alte. Ci siamo salvati in dieci. Anche mio marito è morto, aveva 28 anni. Ora chiedo solo di essere aiutata a rimanere in Italia, lavorare e crescere il figlio che aspetto”.

Aimamo è un ragazzo sub sahariano di 16 anni. Una volta arrivato in Libia con il fratello gemello, i contrabbandieri gli hanno chiesto altri soldi. Un copione sempre uguale. I ragazzi vengono sequestrati e resi schiavi. “Se cerchi di scappare ti sparano e muori. Se smetti di lavorare ti picchiano. È come la tratta degli schiavi”. Per due mesi hanno dovuto lavorare in una fattoria. “Una volta mi stavo riposando per cinque minuti e un uomo mi ha picchiato con un bastone. Dopo il lavoro, ti chiudono a chiave”. Negli occhi si portano la paura e la speranza per il domani. “Tante persone sono morte nel deserto. Abbiamo visto cadaveri e scheletri”.

aylanYusuf è stato spesso nel mirino dei cecchini. Ci racconta di non aver mai avuto un’infanzia, che non ha mai posseduto giocattoli e che, a Gaza, temeva costantemente di essere colpito da un proiettile. Yusuf ed il suo amico hanno lasciato Gaza insieme. Si conoscono sin da piccoli e hanno attraversato insieme il Libano, il Sudan e la Libia per arrivare a Lampedusa. Scappare dalla morte, dalla persecuzione, dalla povertà è ciò che spinge questi giovani a rischiare la propria vita per venire in Europa. Ci hanno raccontato di essere stati imprigionati e picchiati. Un video del pestaggio è stato inviato alla famiglia di Yusuf per ottenere un riscatto. I soldi sono stati spediti. La sua vita valeva 4000 dollari. Quando gli ho chiesto cosa sognano ora che sono in Italia, Yusuf è scoppiato in lacrime e ha detto: “Voglio un futuro. Voglio solo essere umano”.
Queste le storie di alcuni immigrati arrivati in Italia. Non chiamateli “privilegiati”.

Fonti:
http://www.ilfattoquotidiano.it
http://www.huffingtonpost.it
http://www.avvenire.it